You are beautiful

Siamo a dieta.
Tutte e due. Sia io che Sara.
E di cos’altro potremmo parlare, questo mese? Quindi eccoci qui. Se volete una chiave di lettura diversa sul tema, un po’ letteraria, siete nel posto giusto.

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Ritenzione lirica
Della mia dieta, non ve ne parlo neanche.
Non è un regime alimentare da fame, son sincera. Certo, devi fare attenzione a molte cose. Ai condimenti, alle grammature. È un po’ vincolante se devi invitare qualcuno a cena o se mangi spesso fuori. Però è questione di abitudine e io, piano piano, ci sto prendendo la mano.
Con voi voglio parlare del significato di questa dieta per me. E lo voglio fare con una poesia.

A DIETA
Non ci so stare:
le Irene che sono non le so abbandonare.
In questo grande corpo c’è posto per tutte:
per le donne che non sono stata – ma avrei tanto voluto;
per quelle che la vita ha spazzato via d’un soffio;
per le mie reincarnazioni; per gli anni passati,
per la figlia che non sono più.
Col tempo, tuttavia, non mi ritrovo:
non so dove comincio
tra le vecchie pelli ammassate
in mezzo a cosce un po’ cascate
alla pancia e alle guance che mi sono spuntate.
Nel morbido tepore di cose già vissute
non ho più il posto per il presente,
non so più correre:
indosso troppi vestiti.
Voglio venirmi a cercare:
imparerò ad ascoltare,
a nutrire, invece che a mangiare,
a curare un corpo che voglio occupare
io sola, tutta quanta,
adesso.

Riuscirò a lasciarmi andare,
mi saprò demolire e poi rifare,
a costruirmi – nuova,
libera dalle mie macerie.

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Blufiordaliso
Che tema difficile questo mese!
Complicato, spinoso, quasi tabù per me.
Quando Irene mi ha detto Sono a dieta, sul serio. Ne parliamo il prossimo mese? io le ho subito risposto di sì.
Aggiungendo Anche io sono a dieta.
È la verità, anche io sono a dieta. Da anni.
Sì, perché il mio fisico non è mai stato longilineo, per così dire. L’aggettivo magra non è mai stato associato alla mia persona, così come esile, secca secca o minuta.
Io sono sempre stata quella un po’ rotonda, robusta oppure direttamente grassa. A scuola ero la cicciona secchiona. Dopo, acquisendo la maturità dei vent’anni, dei venticinque e adesso anche dei trenta, sono quella lì … e segue il gesto con i gomiti allargati, che sta a significare tutto tranne una taglia 42.
L’argomento dieta, dunque, è stato molte volte all’ordine del giorno.
Nascosto, inascoltato, non affrontato per qualche tempo, magari. Ma sempre presente.
I tentativi sono stati molteplici, così come i fallimenti. Ne sono, attualmente, la dimostrazione vivente.

Funzionò una volta soltanto, tre anni fa, quando persi parecchi chili, che poi riacquisii nello stesso tempo che avevo impiegai a perderli.
Il mio corpo ne risente, ovviamente. Ne ha risentito prima, durante e dopo l’unica dieta che diede risultati.
È evidente che, nel mio caso, si tratti di un problema articolato, legato a molti altri aspetti.
A maturare questa consapevolezza ho impiegato anni e non se sono ancora del tutto venuta a capo.
Mangio è innegabile, i chili arrivano da lì. Sono golosa, è dimostrato.
Ma c’è dell’altro che si lega a quello che molte riviste spesso paventano come metabolismo lento.
Ci sono delle motivazioni strettamente mediche, che si affrontano pian piano con una équipe specializzata. Le cause del sovrappeso e dell’obesità risiedono solo in parte nel corpo e si devono cercare anche dentro di sé.
La cosiddetta fame nervosa, ad esempio, si manifesta davanti ai nostri occhi come un’abbuffata o l’accanirsi su un determinato cibo che pensiamo ci faccia stare meglio; in realtà la causa risiede dentro di noi, la spinta a mangiare è psicologica.
Cercare di risolvere le questioni che ci divorano dentro, paradossalmente, ci farà divorare meno cibo, anche se il percorso è lungo, non sempre consapevole, duro, talvolta estenuante.
Rimane, poi, l’argomento corpo da affrontare. Stare meglio dentro è un grandissimo passo, il più importante e carico di benefici. Ma il corpo rimane ed è la parte di noi immediatamente visibile agli altri.

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Recentemente ho letto un articolo di Gaia Manzini uscito su L’Espresso.

Il titolo del pezzo era Cicatrici che rendono felici.

L’autrice comincia dicendo: IL CORPO È INEVITABILE. Il corpo siamo noi.

Io, che solitamente rifuggo nei giornali tutto ciò che viene scritto sulla fisicità, sono stata catturata da queste parole e ho letto tutto con grande avidità.

Il corpo danneggiato e riparato è al centro delle sue riflessioni, legate a nuove uscite editoriali sugli scaffali delle librerie italiane proprio in questi giorni. E non si tratta di manualistica o di ridicole pubblicazioni di self help. Gaia Manzini ci parla di romanzi, di storie scritte e che possiamo leggere, racchiuse da copertine nella maggior parte dei casi anche molto belle.

Storie in cui il corpo sta male, subisce battute d’arresto e viene rattoppato grazie alla medicina.

Poi il recupero spetta tutto al protagonista. Perché il recupero è mentale, psicologico, trova le forze nel più profondo di noi. Come accade a Elena, la protagonista di La memoria della cenere di Chiara Marchelli (NN Editore), ad esempio.

Questo libro mi chiamava, ancor prima di uscire. L’ho letto d’un soffio e adesso ho tanti piccoli, nuovi tasselli che rinforzano contenuto e contenitore.

Già, perché il lavoro è duplice, come vi ho detto prima.

Facciamo di tutto per guarire il male che ha causato una rottura del contenitore poi, durante la convalescenza, guariamo anche le ferite del nostro essere più interiore, mentre ci riappropriamo pure del corpo.

Il corpo non può essere abbandonato, né lasciato a se stesso per troppo tempo. Non può essere accantonato né maltrattato a lungo.

Il corpo è ciò da cui si comincia e ciò con cui si finisce.

Mangiare troppo o troppo poco non è nient’altro che plasmare il nostro corpo nel vano tentativo di plasmare ciò che abbiamo dentro.

La realtà è che dovremmo sforzarci di restare in equilibrio quanto più possibile, senza dimenticarci che il benessere del corpo è irrimediabilmente legato a quello del nostro io e viceversa.

Quando l’equilibrio non c’è, qualcosa inevitabilmente ne risente. Sta a noi capire cosa e trovarne uno nuovo.

È un lavoro immane, durante il quale dobbiamo prima scendere negli abissi per poi risalire verso una pallida luce. Dopo rimarranno su di noi delle cicatrici, dentro e fuori. Dei segni che ci ricorderanno in ogni momento quello che è stato, ma anche quello che abbiamo fatto per cambiare.

Il corpo non sarà mai uguale per più di due giorni: il nostro contenitore viene plasmato dalla vita, dagli agenti esterni, da noi stessi. E il contenuto lo seguirà a ruota, imprescindibilmente.

La dieta è il mezzo per rimettere in sesto il corpo, ma va fatta con criterio, deve essere un percorso serio, durante il quale si è aiutati e supportati (da una figura medica, dalla famiglia, dagli affetti).

La dieta è anche un percorso psicologico, perché inevitabilmente impatta sul nostro contenuto.

Per questo occorre essere forti nella propria determinazione, del tutto individuale, ma mai soli nel praticarla.

Perché il nostro corpo ci dà dei segnali in ogni momento. E coglierli correttamente è la chiave per un equilibrio ottimale.

Quando affrontiamo percorsi impegnativi come questi, quindi, non dimentichiamoci mai del nostro coraggio e della fatica che facciamo.

E soprattutto non dimentichiamoci della bellezza, la nostra per una volta.

You are beautiful!

Ti sono arrivate?

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La ragione della mia collera
è sempre una concausa:
brucio pura entro ciascuna vampa,
insensibile
al richiamo della ragione.
È il mio sangue
che scorre via; mi sto creando
ancora, fertile.

Io sono il suolo del mio tempo
dissodato ogni luna
– io, rivoltata zolla a zolla:
frantumata dal ciclico
ritorno a galla
della donna che fui.
Riemergo intera, intessuta di trascorsi
dei miei giorni perduti

sono il rastrello del crampo
e pure la terra del campo
aperta spalancata
al respiro dell’aria
vita.

Non sei un follower, sei un lettore

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Non seguirmi,
precedimi:
solleva il velo di nebbia
che avvolge intera un’intuizione.
Non seguirmi:
guidami
lungo la strada,
mostrami una città nuova
tra quelle a me invisibili,
svelami.
Non seguirmi:
contestami
piuttosto, dimmi che ho torto,
porta le prove della fallacia del mio discorso
indica i miei limiti.
Non seguirmi.
Falsificami.
Smentiscimi.
Donami un progresso,
tu sei la mia occasione:
ché non ho certo gli occhi
dietro la schiena.

Quelle rare volte in cui ci penso

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Abbiamo occhi di nuvola, nella notte e nel giorno.
Qualsiasi dettaglio riesce a far piovere.
Diluvia sui sogni: i progetti si intridono di assenze
anche adesso
che sei ancora qui.

Vorrei poter congelare il tuo odore, ora che è caldo
e la tua voce registrarmela
con frasi nuove:
perchè verrà un giorno in cui le avrò consumate tutte;
come quei dischi di vinile che, a furia d’ascoltarli, saltano di continuo.

Elogio della semplicità

Come ogni terzo giovedì del mese, io Sara di Blufiordaliso ci siamo prese un momento per esplorare insieme un tema. Stavolta toccava proprio a lei scegliere quale: mi ha suggerito di parlare dell’importanza della semplicità.

Allora non aggiungo complicazioni e vi lascio semplicemente le nostre parole. Sperando che questi attimi sottratti alla frenesia del quotidiano per leggerci possano riempirvi di consapevolezza, che possa essere un momento di riscoperta del sè, semplice e intenso, come è stato per noi scrittrici.

La palla a Sara.

BLUFIORDALISO

Durante le festività natalizie appena passate non mi sono fermata un attimo.

I giorni di vacanza sono stati soltanto quelli segnati in rosso sul calendario, occupati dagli impegni familiari e di circostanza che rendono uniche le nostre italianissime feste.

Ci sono stati gli auguri di rito, gli scambi di doni, le mangiate, la tombola con i premi in noccioline e mandarini e le urla dei bambini.

Tutto nella norma, dunque. Tranne, forse, per il fatto di vedere gli altri intorno a me avere qualche giorno di calma, di stop.

Io non ho fatto vacanze, quindi, ma ho sfruttato i benefici effetti di quelle degli altri: il traffico molto minore, i parcheggi liberi e la vista di persone mediamente più sorridenti rispetto al solito.

E questo si è tradotto, inaspettatamente, in una profonda riflessione personale, che mi ha lasciata malinconica, è vero, ma più ricca interiormente.

Vedere le persone intorno a me libere da impegni lavorativi, godersi i giorni di vacanza con la lentezza della colazione al bar all’ora di pranzo e delle passeggiate sul finire del pomeriggio, mi ha tuffata in una dimensione di pensieri come Stai tranquilla, non sta succedendo nulla.

Queste persone erano in vacanza, le loro attività lavorative momentaneamente sospese, e il mondo non stava precipitando, crollando, smaterializzandosi.

Calma. Lungo respiro. I momenti di riposo devono far parte della vita di una persona. Sono una conquista, dal punto di vista lavorativo.

Mi sono tornati in mente i capitoli del libro di storia delle scuole medie, quelli che parlavano della rivoluzione industriale inglese e delle condizioni in cui erano costretti a lavorare gli operai, con turni massacranti, riposi inesistenti, vacanze nemmeno lontanamente contemplate.

Eppure, un po’ di amaro in bocca rimane ancora oggi. Nonostante le lotte, i diritti, le leggi, per un lavoratore, spesso, conservare il proprio posto di lavoro è ancora una condizione difficile per la quale si corre, ci si spreme, si combatte con le unghie e con i denti in ogni momento.

E questa situazione, sovente, si acuisce anche di parecchio quando si ambisce a conservare un posto di lavoro che, nella media, reputiamo migliore di altri.

Ecco, i miei pensieri si sono concentrati proprio su questo punto.

Ha senso puntare sempre più in alto, caricarsi sulle spalle un peso eccessivo, cercare a tutti i costi di realizzare qualcosa nella vita?

Credo che una spinta di questo tipo possa, inizialmente, essere molto positiva. Sintomo di un benessere psicofisico che vorremmo estendere anche al di là di noi stessi, ci prodighiamo e cerchiamo di andare sempre avanti, ponendoci obiettivi e tentando il tutto e per tutto per realizzarci.

Solo che, a lungo andare, questa corrente può portare qualcuno di noi alla deriva.

Parlo dei perfezionisti, di quelli mai contenti e degli eterni insoddisfatti che a testa bassa non si lamentano e vanno avanti. Di quelli che si piacciono assai e di quelli che proprio non ce la fanno senza qualche riflettore puntato su di sé.

Il troppo stroppia, gli anziani lo ripetono spesso. Ma i giovani forse questo concetto non lo hanno mai assimilato.

Mi ci metto pure io, in mezzo. Sono sempre vissuta in tempo di pace, non ho mai patito la fame, sono circondata di comodità. Non nuoto certamente nell’oro, ma nemmeno posso dire di vedere insoddisfatti i miei bisogni primari e pure qualcuno dei secondari.

Mi reputo una persona normale, eppure la corrente di cui sopra ha portato alla deriva anche me.

Io appartengo alla categoria dei perfezionisti. Nulla va mai abbastanza bene; spesso mi ritrovo ad aderire pienamente al motto Chi fa da sé, fa per tre. Credo di essere anche abbastanza generosa. Quindi, puntualmente, mi sobbarco pure qualcosa che spetterebbe a qualcun altro.

Insomma, la corrente mi ha proprio travolta, altroché. E me ne sono accorta in questi giorni di pensieri e di vacanze altrui. Dopo anni, constato inorridita.

All’inizio è stato il panico.

Il momento topico, della completa realizzazione di questo pensiero è stato in auto, tornando a casa, giustappunto, dal lavoro.

Ero in tangenziale, terza corsia. La macchina correva e io mi sono resa conto di avere soltanto questa vita. E di non sapere nemmeno per quanto.

Cosa sto facendo? mi sono detta. E per la prima volta la risposta non è più stata Non abbastanza. Per la prima volta mi sono risposta Forse sto facendo troppo.

Ho cercato di calmarmi, sono rientrata in seconda corsia, poi in prima e di lì, a casa. Il batticuore è passato. Mi sono costretta a pensare a qualcos’altro, un po’ come dopo un brutto sogno.

Ma questa sensazione mi è rimasta addosso e il giorno dopo è diventata una nuova consapevolezza.

Non credete che io lo sapessi già. Consciamente intendo. Assolutamente no.

Lo so da pochissimo, è stato un processo durato più di dieci giorni.

Poi, con Irene ci siamo sentite per organizzare la pubblicazione di questo articolo e io le ho proposto Perché non parliamo di semplicità?

Sentivo di dovermi questo articolo. E di doverlo anche voi.

Chi mi segue su Blufiordaliso e sui vari social media sa che, generalmente, appaio sorridente e sprizzante energia da tutti i pori. Ebbene, sappiate anche che lo faccio per voi, per darvi la carica e, così facendo, darla pure a me stessa.

Ma, da qualche giorno a questa parte, i miei sorrisi e la mia energia hanno una fonte nuova: la consapevolezza della semplicità.

Adesso so che non devo per forza sempre puntare più in alto che posso.

So che non smetterò mai di cercare di migliorarmi (in fondo sono una perfezionista, ricordate?), ma so anche che lo farò rispettando un po’ di più la mia vita su questo pianeta.

E se questo dovesse tradursi in un lavoro semplice e umile, sarò in pace con me stessa.

Perché penso che la semplicità possa migliorami la vita. Renderla migliore a tutti.

La semplicità sta nelle piccole cose. Questo lo dicono non soltanto gli anziani, ma tutti coloro che vogliono stupire.

Secondo me in pochi ci credono. Ma io ho deciso di sì, che ci credo.

E ho deciso ancora un’ultima cosa: alla semplicità voglio abbinare la normalità.

Che si traduce in evitare di strafare solo per piacerci un po’ di più e per colpire gli altri.

Uno dei miei buoni propositi per il 2019, dunque, sarà quello di cercare la semplicità e di imparare a conviverci e a farla mia.

Perché, talvolta, ciò che ci fa stare bene è proprio qui, accanto a noi.

Ed è incredibilmente semplice e normale.

RITENZIONE LIRICA

Quando Sara mi ha proposto di parlare di semplicità, ho accettato con gioia.
E a proposito di semplicità: oggi scriverò molto poco. Sara ha già detto tutto e la semplicità, a volte, è anche fare un passo indietro e non aggiungere troppe parole inutili

Sapete come nascono i nostri pezzi? Ogni mese, una delle due propone un tema. Ciascuna scrive la sua parte e poi le assembliamo insieme.
Sto scrivendo subito dopo aver letto le parole di Sara, e sorrido.

Sorrido perché sono molto felice per lei: ha maturato una consapevolezza importante. La vita scorre.

Io ho vissuto alcune esperienze impegnative, che mi hanno insegnato molto presto ad apprezzare il valore della semplicità.
Ormai sapete, ho perso mia madre a causa di un tumore. Per oltre un anno, ho frequentato con una certa assiduità i reparti oncologici degli ospedali. Lì ho imparato tanta leggerezza.

Sì, lo so, sembra una follia. Invece è proprio così. Non puoi fare a meno della leggerezza, quando sei costretto a convivere con l’idea che potrebbe essere l’ultimo giorno della tua vita.
Sul serio, provate a pensarci. Finisce, questo gioco. Per noi, per chi amiamo. Vivi, non ne usciamo.
E allora possiamo davvero permetterci di farci travolgere dagli eventi? No. Non è possibile. Dobbiamo imprimere una direzione alle nostre giornate, darci uno scopo. E imparare a godere delle piccole gioie.


Io ho assistito a uno spegnimento lento. Mi ricordo quando mia madre ha guidato per l’ultima volta. Non lo sapevamo, ma era proprio l’ultima volta. Era così felice, al volante. Si è goduta ogni minuto di quel tragitto: il sole, la strada, il rombo del motore, le mani sul volante. E poi non ne ha più avuto la possibilità.
E la sua ultima tazza di tè? Quella non me lo ricordo. Un giorno, però, non è più riuscita a bere. Era arrivata ad un punto della malattia in cui poteva alimentarsi soltanto artificialmente. Hanno un valore anche le piccole cose scontate e banali, come sorseggiare qualcosa di caldo, magari intingendo un pasticcino. Io l’ho scoperto così.

Per questo dobbiamo goderci ciò che siamo, ciò che facciamo. Anche quando non è perfetto. E assaporare quei piccoli momenti di pace che ci si presentano tra un impegno e l’altro. Sono tanto preziosi.

A proposito di pace. Ripubblico una mia poesia di qualche tempo fa, che mi è tornata in mente leggendo il racconto di Sara.
Un abbraccio e al prossimo mese!

Sei in tutte le stazioni

Dandoti le spalle
siedo sulla panca dura dei tuoi sguardi:
essere all’altezza della donna che ami 
è una fatica insensata,
– forse m’hai solo immaginata –
un esercizio di postura
cui non posso rinunciare. 
Tu solo sai.

Fu un amore di treni
sui fili del telefono,
di tante coincidenze:
perse, capitate, prese, abbandonate.

Tu solo sai.

____________

Questa splendida foto l’ha scattata @travelphototube (fotografo eccezionale, seguitelo su Instagram!) e io mi sono innamorata. Della panca, dei colori, dei lampioni. 
Ho scoperto in seguito che si tratta di un luogo veramente speciale: il Museo di Pietrarsa a Portici, Napoli. Sede delle officine ferroviarie borboniche, antica stazione, in seguito officina grandi riparazioni delle Ferrovie dello Stato italiano. 
Prima o poi ci vado. Voi ci siete mai stati? 
Info qui: www.museopietrarsa.it