Camera con vista

Camera con vista

Vieni a dividere uno sguardo,
a sgranare l’immagine
calibrando l’obiettivo,
pizzica ogni riserva e
suona il mio canto segreto.

Aprimi il cielo con un morso
come una mela tagliata a metà
assembla il mio sudore nel tempo
fammi regina del respiro
musa del tuo odore di muschio.

La mia anima è nel corpo
pallido morbido umido corpo
nessuna parola
o dono saprà cavarla fuori
soltanto un altro
corpo di sensi e vene di sole.

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Sindrome premestruale

Sindrome premestruale

Nel macinino da caffè
rosso dorato di Bahia
nove chicchi di collera 
fresca: sbriciolo il mare

onde di brezza con i tuoi ritardi
nebulizzate attraverso la sala,
svapora il freno della mia lingua

non butti l’incarto dei tuoi filtrini
mai mai, manco per sbaglio,
lo lasci sempre vuoto sul tavolo
ancora di nuovo
ma porca puttana;

col macinino da caffè
rosso dorato di Bahia
frantumo la rabbia fine
fine.

 

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Incubi

INcubi

Alle due e ventiquattro di una notte qualsiasi
dopo l’amore, la birra e le risa di stelle
mi ha svegliata un temporale.

Ma il cielo è asciutto oltre il confine del mio sterno
non c’è altro tuono che il tamburo del tuo russare
nulla turba la notte degli altri

– erano lampi di consapevolezza
dall’incubatrice del mio cranio.

Vorrei potessi entrare a riaggiustare i pezzi
tecnico del proiettore dietro le palpebre:
riscriveresti la pellicola dei miei incubi
documentario di ricordi distopici
premonizioni male assortite
lacrime abortite che reclamano vita.

Sul tuo petto spengo la pioggia
con la musica del tuo cuore
ninnananna di tamburi.

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Eredità

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Ti cercavo, ieri sera, e ti eri nascosta;
forse eri tu, dentro al mio stomaco avido,
caparbia ribollivi senza tregua
quasi fossi come il tuo russare – com’era morbido,
com’era neutrale,
incrocio di strade
taciturno sospeso e senza pace
fino al porto dei miei abbracci.

Ti cercavo e mi affamavi
io ingrassavo
non sapevo
più
come vomitarti fuori:
eri scivolata nel mio ventre,
ero una bambina che io stessa avrei dovuto partorire
al posto tuo;
le voglie che mi mettevi si sono attorcigliate
ai miei fianchi
come una cintura
te li ho dati in prestito:

e sei e non sei
e sei stata e non sarai
e dovrò esserti madre e figlia e sorella, come sono sempre stata.

Mi hai nutrita a pane e Almodovar,
di che puoi lamentarti, adesso.
Mi hai allattata per allattare, donna come ogni donna
ed eccomi qui
con questi due piccoli seni gonfi e bianchi
pronti a nutrire il prossimo – due,
che uno solo
non potrebbe bastare
a questo mondo,
sterminata distesa di bocche da colmare
del mio cuore gravido – di amore
talvolta il latte si fa acido
eppure sa placarsi il vento
e questo sorriso torna dolce e si lascia bere leggero.

Mi hai allattata per allattare e pure
per lasciarmi allattare,
sono pur due queste labbra
schiuse per nutrirmi – due,
che una non poteva bastare
per poi richiudersi a contenere i voli dell’anima.

Donna come ogni donna,
m’hai fatta di carne
e di latte
e mi hai lasciata qui,
diritta,
a bere camomille col rossetto
sul fischio del bollitore.

Rifaccio la coda e si ricomincia.

 

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Che sia per sempre

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A tutto si abitua
il passo.
Alle altezze e al falsopiano
ai cocci minuti di una spiaggia di vetro
al calore del fango;
e anche le dita si abituano
ad ogni cosa:
a suonare un’acustica in lacrime durante una festa,
a rollare una sigaretta col tuo tabacco senza di te,
a trovare la via sul petto di un altro,
a tessersi ricchi ricami sulla nuda verità.
Alla tua assenza potrei abituarmi
saprei essere amica del posto vuoto nel letto
commensale d’abitudine col tuo abbandono:
avrei certo sorrisi e carbonara per le nostre cene
cui mancheresti.
Non voglio.
Rimani.
Alla forza dell’abitudine
preferisco la fragilità del mio cuore
nudo appena sveglia
tra le tue grandi mani.

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