Lo spazio della scrittura

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Ritenzione lirica

DOVE NASCE LA POESIA

Nasce sulle strisce pedonali
turba i passanti
all’incrocio dello sguardo
disarmato del mio sorriso
durante l’epifania.

È figlia delle lenzuola sfatte
al limitare dell’alba
in cui pigra riprendo coscienza;
il padre è il mare, sacro Dio
delle ferite piegate
mare che crea e distrugge.
La madre siede sul fuoco
presiede al traffico del forno
e partorisce il simbolo del pane.

La poesia nasce per strada
mentre vado al lavoro
e al ritorno
si fa largo tra le fermate della metro
per prendere la forma di un balcone
sul mio cuore.

La poesia si raccoglie alle sei
di sera
alle sei del mattino
come il fiore d’un campo di maggio
punteggiato di consapevolezze

e separo il dolore
petalo a petalo;
stille di felicità incommensurabile
di meraviglia
prendono il largo dell’onda del giunco
sulle rive del tramonto
mi lascio benedire
capello per capello
corolla per corolla.

La poesia si raccoglie in terra
dentro la cesta di un mercante
è sporca di salsedine e curcuma
me la prendo

ovunque.

 

La mia poesia non è mai pianificabile.
Non è che posso fermarmi in un posto e scrivere. Non funziono così. È lei che viene a cercarmi: in genere mentre ascolto musica, quando ho lo sguardo aperto a cogliere un punto di vista diverso sulla strada, o sulla stanza in cui mi trovo. Quando meno me lo aspetto, le parole affiorano da sole. Io le scrivo.
Quel che posso fare è aprirmi alla poesia. Darle lo spazio per emergere.
Ecco, lo spazio ha un impatto, nella costruzione di una poesia.
Certi luoghi predispongono più di altri all’ascolto: ci sono ambienti nei quali si è più ricettivi al richiamo della bellezza. Non si tratta necessariamente di splendidi palazzi o di paesaggi instagrammabili. Io, ad esempio, ho sempre trovato più facilmente la poesia nei luoghi periferici.
Nel movimento dal centro alla periferia, persino.
Molte mie poesie, ad esempio, nascono nel tragitto tra casa e lavoro. Corso Francia. Uno dei più eleganti viali della mia città, Torino. Con i suoi 11,75 km complessivi è il corso rettilineo più lungo d’Europa.
Parte dalla centralissima Piazza Statuto e arriva fino a Rivoli, alle pendici della Val di Susa, attraversando ben 3 comuni diversi (Torino, Collegno, Rivoli).
Io percorro una parte del tratto torinese, costeggiato da eleganti palazzi liberty, fino a costeggiare il parco della Villa della Tesoriera e a giungere ad una zona caratterizzata da edifici più moderni.
Molte mie poesie sono nate in corso Francia, nelle mie lunghe passeggiate.
Quasi tutte, però, nel percorso dal centro alla periferia. Mai il contrario.

Non credo sia un caso.
La poesia prende forma nello spazio nel quale riusciamo a stupirci meglio, nel quale siamo più liberi di essere, senza barriere. È lo spazio della spontaneità. Io sono nata e cresciuta in periferia. Ho lo sguardo allevato a palazzoni e piccoli parchi trascurati, in un quartiere dormitorio post industriale.

Inevitabile che nel movimento verso la periferia riesca ad attraversarmi meglio, fino a scoprire gli agganci simbolici della poesia.
Il luogo della scrittura, in ogni caso, è molto importante non solo per i poeti, ma in generale per tutti gli autori. Ancor più per le autrici.
Lascio la parola a Sara, che vi aprirà un orizzonte su questo tema.

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Blufiordaliso

Il luogo in cui si scrive è come uno scrigno.

Può racchiudere inestimabili tesori e desta curiosità, ambizione, invidia.

Come uno scrigno può essere trasportato altrove, anche se talvolta con difficoltà.

Come uno scrigno è prezioso e contiene qualcosa di ancora più prodigioso.

Sta a ognuno di noi costruirselo, anche se spesso si crea piuttosto da solo: intarsiato e ricco di decorazioni, oppure minimale e sobrio.

Lo scrigno rispecchia noi e, giorno dopo giorno, ci accoglie come gemme preziose.

Il posto dove scriviamo è solo nostro, anche se siamo circondati da decine di altre persone. Anche se è un luogo pubblico e rumoroso. Anche se nessuno sa che stiamo scrivendo o che è il nostro luogo.

Il posto in cui le parole trovano, con tanta fatica, un senso messe una dopo l’altra – un senso per noi, almeno – è come una pietra preziosa in cui riflettersi.

È un luogo che trova spazio dentro di noi e un luogo fisico.

Nel posto in cui scriviamo, generalmente, c’è spazio per chi scrive, per gli strumenti di scrittura e per i compagni di viaggio imprescindibili, quelli che durante la pratica della scrittura non possono mai mancare.

Il luogo della scrittura è un luogo importante. È un laboratorio artistico, al pari dello studio di un pittore o di un illustratore; della stanza del pianoforte di un musicista; della camera oscura di un fotografo. In questo posto tutto ciò che si può creare con le parole prende vita, generato da chi scrive: poesie, racconti, romanzi, storie per bambini, sceneggiature, articoli di giornale, saggi. Tutto.

C’è chi scrive immerso nel silenzio; chi riesce a concentrarsi soltanto con gli auricolari e la musica nelle orecchie; chi deve sentirsi in mezzo agli altri e chi vuole restare per forza da solo.

Marcel Proust scriveva sdraiato a letto, con dei grandi pastelli colorati perché quasi cieco.

Kent Haruf si era costruito apposta un capanno in giardino.

Stephen King scrive tutte le mattine e il suo studio è un intero edificio, che ospita anche tutto il suo team.

E le donne?

Per noi trovare un luogo da dedicare alla scrittura è stato un cammino faticoso, come ci ricorda la Storia.

Alle donne era riservata la cura della casa, ma quelle stanze in cui ci si muoveva ogni giorno erano da pulire, rassettare, strigliare e non da utilizzare come luoghi per generare letteratura.

Jane Austen scriveva in salotto, seduta all’unica scrivania di casa. Non lo diceva a nessuno, ovviamente. Non avrebbe potuto. A ogni cigolio della porta nascondeva il suo manoscritto sotto il ricamo che stava realizzando. Pubblicava con pseudonimo maschile, così come avevano fatto Emily, Anne e Charlotte Brönte.

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La scrittura era di proprietà maschile; una donna non avrebbe avuto sufficiente sale in zucca per dire qualcosa di interessante da leggere.

La questione dei luoghi della scrittura per le donne viene sollevata per la prima volta da Virginia Woolf nel suo saggio Una stanza tutta per sé (Mondadori).

La donna entra della stanza – ma a questo punto si dovrebbero tendere all’infinito tutte le possibilità della lingua inglese e interi sciami di parole dovrebbero farsi strada volanti illegittimamente nell’aria fino a prendere vita, prima che una donna sia in grado di spiegare che cosa succede quando entra in una stanza. Le stanze sono così diverse l’una dall’altra; sono tranquille o tempestose; affacciate sul mare o, al contrario, sul cortile di un carcere; con il bucato appeso ad asciugare; o risplendenti di opali e di sete; sono dure come crine di cavallo o soffici come piume – basta entrare in qualunque stanza di qualunque strada perché salti agli occhi tutta quella forza, estremamente complessa, che è la femminilità. E come potrebbe essere altrimenti? Perché sono milioni di anni che le donne siedono in quelle stanze, cosicché ormai le pareti stesse sono intrise della loro forza creativa, la quale ha sopraffatto a tal punto la forza dei mattoni e della malta che deve per forza attaccarsi alle penne e ai pennelli e agli affari e alla politica.

Virginia Woolf, femminista del Novecento e grande scrittrice, morta suicida nel 1941, rivendicava il diritto delle donne di potersi dedicare alle arti e, in particolare, alla scrittura.

Il ruolo della donna non può più essere soltanto quello di moglie e madre: il primo conflitto mondiale ha portato all’evidenza di tutti la centralità sociale della donna lavoratrice; le suffragette in rivolta ottengono il diritto di voto universale; le battaglie più ardue, per il divorzio e l’aborto, si combatteranno qualche tempo dopo.

Sullo stato dei diritti della donna e del femminismo ai giorni nostri occorrerebbe aprire un altro doloroso capitolo, ma in questo articolo Irene e io ci concentriamo sui luoghi della scrittura ed entrambe conveniamo sulla loro importanza, esattamente come Virginia Woolf.

Costruire un proprio spazio, un luogo che ci rispecchi e che contenga tutta la forza necessaria a scrivere è fondamentale. I muri dei nostri luoghi della scrittura non sono confini, anzi. Sono pareti che racchiudono tutta la forza di cui parla Virginia, sono il calore necessario, l’ossigeno creativo.

Ognuno di noi, essere umano che scrive, costruisce il proprio e lo riempie di tutte le cose che ritiene necessarie: penne e quaderni; computer; libri; quadri; tazze di tè; candele; una finestra; un divano; un tappeto; sedie e tavoli; un gatto; un cane; un pesce rosso. Persone; musica; il rumore dei treni; il cinguettio degli uccellini. Le immagini di una tv muta; il sole; la notte.

Tutto ciò che vogliamo per generare creature di parole. Così come ci dice Virginia vorrei chiedervi di scrivere ogni genere di libri, senza esitare davanti a nessun argomento, per quanto futile o vasto vi possa sembrare. A ogni costo, spero che riusciate a entrare in possesso di una quantità di denaro sufficiente per viaggiare e per starvene con le mani in mano, per contemplare il futuro o il passato del mondo, per sognare sui libri e bighellonare agli angoli delle strade e lasciare che la lenza del pensiero si immerga profondamente nella corrente.

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