Studio e formazione: un meraviglioso modo di ricominciare

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Io e Sara di Blufiordaliso siamo ritornate con il nostro appuntamento del terzo giovedì del mese, dopo una lunga pausa estiva (quest’anno più lunga, visto i miei impegni personali: mi sono sposata da poco e a seguire sono stata in viaggio di nozze in Argentina).
Questa volta è stata Sara a proporre un tema da trattare insieme. Ha pensato allo studio: l’autunno è o non è la stagione giusta per cominciare a studiare qualcosa di nuovo?
Allora lascio la parola a Sara per la prima parte di questo articolo e, a seguire, vi lascio qualche mia considerazione sull’importanza dello studio per la scrittura di poesie.

Blufiordaliso

Studiare per me è sempre stata un’attività piacevole, lo ammetto.

Ero una secchiona a scuola (ma di quelle buone, che lasciava copiare!) e allo studio ho sempre affiancato la lettura, mia grande passione che ora trova spazio anche su Blufiordaliso.

Non mi applicavo nello studio solo per avere dei bei voti: in parte c’era anche quello, ovvio, ma il desiderio era un altro, era quello di sapere. E questo desiderio non mi ha mai abbandonata.

Dopo le superiori ho cominciato subito a lavorare e da quel momento non ho mai smesso. Lavorare significa parecchie cose, alcune molto dolorose, altre decisamente più positive. Il lavoro mi permette di mantenermi da sola, ad esempio, e poter essere economicamente indipendente è una buona base su cui poggia anche la mia indipendenza di donna libera.

Lo stipendio mensile, costo di sacrifici e ore passate in ufficio, mi ha consentito di iscrivermi alla Scuola Holden e fare lì una parte importantissima della mia formazione.

Il corso di scrittura in questa prestigiosa scuola era uno dei miei sogni nel cassetto: lo bramavo da quando avevo diciassette anni e undici anni dopo l’ho potuto realizzare.

Ho pagato il corso tutto da sola e la cifra non era per nulla piccola, credetemi. Ma volevo farlo, lo dovevo a me stessa. Non si trattava soltanto di realizzare un sogno o di ripagare gli sforzi fatti risparmiando come una formichina. Era una questione di sapere.

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Sapevo che quella porta affacciata su piazza Borgo Dora poteva aprirmi il passaggio a un mondo meraviglioso, tutto nuovo, non semplice – certo, ma era la dimensione che volevo. La volevo con tutta me stessa perché ero certa che lì avrei imparato, capito. E così è stato.

Sono stati due anni impegnativi, di sabati e domeniche dedicati allo studio, alla scrittura e alla riscrittura. Di notti passate al pc o sveglia a rigirarmi nel letto, totalmente insicura sull’esercizio appena consegnato e che sapevo essere in lettura sotto gli occhi di scrittori importanti, conosciuti, bravi.

Studiare, però, è stato ancora una volta bellissimo e, concluso questo percorso, ero ancora più certa di avere davanti un migliaio almeno di testi non letti, di cose non studiate, di possibilità.

Finiti i tempi della scuola e non dovendo più studiare per obbligo, adesso posso concentrarmi su ciò che più mi piace e continuare ad approfondire i temi che mi interessano.

A inizio anno, ad esempio, ho partecipato a un percorso di studi in libroterapia umanistica.

Ho seguito le lezioni online – per me è stata la prima esperienza di questo tipo – e ho avuto la possibilità di confrontarmi con le altre corsiste, di tutta Italia, e con la nostra docente, Rachele Bindi.

Questo percorso è stato molto interessante: ho visto la lettura sotto un altro punto di vista, quello libroterapico, e ora non solo posso pensare di costruire io dei percorsi come referente e libroterapeuta, ma ho anche degli strumenti in più per il lavoro che faccio con i Gruppi di Lettura.

Ecco, i Gruppi di Lettura. Fino a qualche anno fa nessuno sapeva cosa fossero, o quasi. Ora spopolano un po’ dappertutto e molte persone si improvvisano coordinatori, senza sapere bene, in realtà, cosa significhi.

Questa è un’altra delle attività che io, senza studiare, non potrei mai fare. Forse per mia indole personale, per onestà o per una maggior sicurezza: non so dirvelo con esattezza.

So soltanto che per fare la referente di due Gruppi di Lettura ho dedicato e continuo a dedicare ore del mio tempo alla formazione, allo studio di testi che, ognuno con le proprie peculiarità, possono darmi degli elementi utili per la conduzione di un gruppo di questo tipo.

Per me è un piacere e posso affermare che sia fondamentale: studiare mi arricchisce dentro, dà quel pizzico di salinità alla vita che altrimenti non potrei mai avere.

Il motivo per cui desideravo così tanto dedicare un articolo allo studio e alla formazione è proprio questo. Conoscere, imparare, sapere allarga i confini. Ci fa spaziare con la mente in luoghi che nemmeno potevamo immaginare prima. E ci permette, mettendo in pratica ciò che si è imparato, di impattare meglio sul mondo in cui viviamo.

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Ritenzione lirica

IN CAMPAGNA

Un brontolare vago d’antifurto
buca un silenzio di campo
punteggiato di grilli, ronzii d’insetti, squilli
di tordi, merli ed altri uccelli
fuori catalogo per il mio sguardo urbano.
Un gheppio, forse. Fra i colli
un discorso abbaiato di cani.

E ho scarpe sgarbate
nel calpestare impolverato sui trifogli:
tra le vigne in secca rintocca la campana
il colpo grigio del mezzogiorno.

Ascolto.
E poi tre passi appena: è già mutato il canto. Tace
il cane, urla un contadino.
Ritrovo un’auto nell’eco lontano.

Cerco posto dentro un silenzio
ma non so leggerne le forme:
gli resto ben estranea
spettatrice.

Parto diretta, sperando si colga la differenza.
Sì, perché secondo me in questa poesia c’è una differenza, rispetto a quelle che ho scritto prima.
IN CAMPAGNA nasce come studio, nel mezzo di un weekend di formazione insieme ad altri appassionati di poesia, sotto la guida della docente Alessandra Racca. Mi sono regalata due giorni di poesia in un agriturismo piemontese, su segnalazione di un’amica poetessa. Ero molto curiosa di scoprire se e come fosse possibile approcciarsi alla poesia con metodo.
In effetti non è che abbia scoperto l’acqua calda.

A ben pensarci, la poesia è arrivata a me proprio grazie allo studio, alla scuola.
Ricordo ancora alcune delle poesie studiate a memoria alle elementari. La scoperta delle sillabe, dei versi, la possibilità di dare un ritmo musicale alle frasi.
Da bambina scrivevo poesie e filastrocche.
Devo aver smesso alle medie, in quell’età di mezzo in cui bisogna fingere di conoscere tutto della vita e non c’è spazio per la manifestazione pubblica di sentimenti imbarazzanti quali lo stupore e la meraviglia, caratteristici dell’infanzia e imprescindibilmente legati alla poesia.
Durante le superiori ho scritto racconti, post sui blog dell’epoca.
Anche poesie, ma le chiamavo cose. Erano versi sparpagliati e stavano scritti dietro ai bloc notes su cui prendevo appunti. Di nuovo, la poesia si prendeva il suo spazio nell’inconsapevolezza, affiancandosi allo studio.

Dietro agli appunti di letteratura italiana, i miei versi giovanili così vaghi e confusi affioravano per caso, tra un intervallo e una distrazione per noia.
Io credo che la poesia abbia molto bisogno di nutrimento. Esiste, aleggia sulla realtà, è uno stupore di fronte alla bellezza casuale della realtà fenomenica: ma senza una dose di lettura e di analisi del testo è difficile disporre degli strumenti necessari per raccoglierla.

Forse ancor più che per altre forme letterarie, la poesia è interconnessa alle nostre letture.
E alla profondità con cui le affrontiamo.
Un poeta ci parla non soltanto tramite le tematiche scelte, tramite le parole adoperate per panneggiare un concetto attorno al nostro sguardo, ma anche con suoni, con figure retoriche precise.
Le scelte che faccio come poetessa sono prevalentemente istintive, ma traggono origine soprattutto dalla mia formazione letteraria, che mi ha dotata di una serie di lenti con cui osservare la realtà.

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Al liceo ho avuto la fortuna di studiare molta poesia.
Italiana, inglese. Latina. Greca.
Quei ritmi e quei registri linguistici mi sono rimasti dentro e oggi, a distanza di una buona dozzina d’anni, nel mio uso della parola emergono da soli. Io non scelgo quasi mai cosa scrivere. Non so se sarà una cosa breve o lunga, se mi servirà uno schema metrico rigido (un sonetto, un haiku) oppure se sarà un verso libero, se e come userò rime, allitterazioni, assonanze, se prediligerò la metafora o la litote.
Questi artifici si combinano da soli nel mio pensiero e io li verbalizzo.
Non nascono spontanei: sono figli di tutte quelle ore di letteratura al liceo.

Da quando ho ripreso a scrivere poesie con consapevolezza, mi sono rimessa a studiare.
Leggere poesia è molto più importante che scriverne, per un poeta.
Io cerco di pescare di qua e di là, avventurandomi nella poesia più vicina al mio sentire ma anche dando spazio ad autori distanti dalla mia sensibilità. Privilegio la poesia italiana perché nasce nella mia lingua, ma reputo molto importante anche la lettura di autori stranieri, contemporanei e no.

Se dovessi descrivere il lavoro di preparazione della mia poesia, parlerei di questo lavoro.
Delle mie letture.
Di quanto impatto hanno sul mio verso, che se leggo poca poesia si svuota di forza e non tintinna più argentino come un torrente, ma si perde in un gorgo sterile ripiegandomi su me stessa.
Recentemente ho frequentato un seminario di poesia. La docente ci ha proposto moltissime letture e alcuni esercizi pratici di composizione. Per me scrivere con un mandato è stato difficile: di solito lascio che siano le parole a trovare me, non le cerco apposta per uno scopo preciso.
Eppure sono tornata rivitalizzata da questi due giorni in campagna con altri poeti. Riflettere con consapevolezza sul mio uso della parola è stato molto utile e, ancora una volta, la lettura e lo studio si sono rivelati un prezioso strumento di affinamento della mia capacità espressiva.

Ho deciso di condividere con voi solo una di queste esercitazioni.
Dopo aver letto quattro poesie nelle quali l’autore ha esplorato un paesaggio secondo la propria sensibilità, la docente ha chiesto a noi partecipanti di addentrarci nello spazio circostante il cascinale in cui ci trovavamo, provando a costruire una poesia che restituisse la nostra esperienza del paesaggio.
Io ho scritto la poesia IN CAMPAGNA, che avete già trovato pubblicata sul mio profilo.
È una poesia diversa dal mio solito stile, se un po’ siete abituati a leggermi ve ne sarete accorti subito.
Nel costruirla ho cercato di essere il più essenziale possibile, aderendo con fedeltà alla mia percezione di quel borgo sperduto nella campagna piemontese senza inutili sbavature.

Potreste aver percepito qualcosa di nuovo nella mia scrittura, perché in quei due giorni ho letto molta poesia, di autori noti e meno noti. Ho assorbito molto da poeti che non conoscevo, mi sono soffermata ad ascoltare e a sviscerare composizioni molto varie per forma e contenuto. E ho inevitabilmente allargato il mio spettro espressivo, uscendo dal terreno del consueto per avventurarmi in ambiti nuovi.
Lo studio è vitale perché ci permette di arricchirci: senza introdurre nuovi stimoli, il rischio per ogni scrittore è quello di inaridirsi e avvilupparsi nei propri labirinti interiori, fino a perdere di vista la luce e a seccare.
Voglio quindi chiudere questo articolo un po’ troppo lungo con un augurio: che possiate tenere sempre una porta aperta sulla realtà esterna, studiando qualcosa di nuovo per lasciarvi contaminare.

 

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