Eredità

37691233_2124085534509910_2482341718125445120_n

Ti cercavo, ieri sera, e ti eri nascosta;
forse eri tu, dentro al mio stomaco avido,
caparbia ribollivi senza tregua
quasi fossi come il tuo russare – com’era morbido,
com’era neutrale,
incrocio di strade
taciturno sospeso e senza pace
fino al porto dei miei abbracci.

Ti cercavo e mi affamavi
io ingrassavo
non sapevo
più
come vomitarti fuori:
eri scivolata nel mio ventre,
ero una bambina che io stessa avrei dovuto partorire
al posto tuo;
le voglie che mi mettevi si sono attorcigliate
ai miei fianchi
come una cintura
te li ho dati in prestito:

e sei e non sei
e sei stata e non sarai
e dovrò esserti madre e figlia e sorella, come sono sempre stata.

Mi hai nutrita a pane e Almodovar,
di che puoi lamentarti, adesso.
Mi hai allattata per allattare, donna come ogni donna
ed eccomi qui
con questi due piccoli seni gonfi e bianchi
pronti a nutrire il prossimo – due,
che uno solo
non potrebbe bastare
a questo mondo,
sterminata distesa di bocche da colmare
del mio cuore gravido – di amore
talvolta il latte si fa acido
eppure sa placarsi il vento
e questo sorriso torna dolce e si lascia bere leggero.

Mi hai allattata per allattare e pure
per lasciarmi allattare,
sono pur due queste labbra
schiuse per nutrirmi – due,
che una non poteva bastare
per poi richiudersi a contenere i voli dell’anima.

Donna come ogni donna,
m’hai fatta di carne
e di latte
e mi hai lasciata qui,
diritta,
a bere camomille col rossetto
sul fischio del bollitore.

Rifaccio la coda e si ricomincia.

Che sia per sempre

33076216_10214406033161442_686300761327403008_n

A tutto si abitua
il passo.
Alle altezze e al falsopiano
ai cocci minuti di una spiaggia di vetro
al calore del fango;
e anche le dita si abituano
ad ogni cosa:
a suonare un’acustica in lacrime durante una festa,
a rollare una sigaretta col tuo tabacco senza di te,
a trovare la via sul petto di un altro,
a tessersi ricchi ricami sulla nuda verità.
Alla tua assenza potrei abituarmi
saprei essere amica del posto vuoto nel letto
commensale d’abitudine col tuo abbandono:
avrei certo sorrisi e carbonara per le nostre cene
cui mancheresti.
Non voglio.
Rimani.
Alla forza dell’abitudine
preferisco la fragilità del mio cuore
nudo appena sveglia
tra le tue grandi mani.

Quasi a trent’anni

37367100_2119261451658985_1802609838694334464_n

 

Le mie prime rughe
ti sono figlie, madre mia,
formate dalla tua rabbia
nel solco terso dei dubbi,

appena nate e già così
critiche sul mio viso:
rughe austere, scettiche
antenne, a caccia di segni,

del nodo del vero cui non può
sottrarsi
il pettine delle promesse, dei discorsi.
Frugano parole e sguardi,
incontentabili, concentrano i sensi
sul tono, sul vuoto,
sullo spessore degli occhi:
implacabili rabdomanti
attraverso anime e gesti.

Ti rassomigliano i miei difetti,
le mie diffidenze,
nella ricerca di verità ti trovo
prevedibile; ma non per questo
meno amabile, madre della mia sete.

Fiera ti porto per la strada
a cavallo del naso
nell’abbraccio delle sopracciglia:
ancora allevi il mio sguardo,
magie della genetica.

Cassandra da poco

Mangiare, mangiate:
le stesse portate
che già ieri fotografavate.

E condividete
le stesse solitudini, le stesse critiche

ormai incagliati nella rete
recensite, confrontate,
arbitri dell’emergenza
critici di raffinate portate;

a volte ridete.
Ed è tutto

finito
nel dardo del mio sguardo
muta parola si rapprende al suolo di sputi

non lo vedete? Come potete
sciorinare tante sciocchezze, sciolti dalla catena del buon senso,
seguitare a mangiare
le stesse portate,
a postare le stesse storie filtrate,
mentre la Storia scorre cattiva
latte cagliato di rabbia tra le dita dei piedi?

Come potete? Non lo vedete
il tramonto bruno, il corvo
dei tempi neri affaccendato attorno al tavolo?
E seguitate, mangiare mangiate,
la mia sola rabbia è straniera al locale,
straniero il mio solo atterrito stupore:

vorrei avvertirvi, su Tripadvisor,
che a nulla ripara sapor di certezza,
che il corvo ha fame, va a caccia di nervi
grasso con l’odio di gomma pasteggia

indifferenti vi trova, vi scruta,
sarete i secondi, per primo quel crasso
rabbioso rivolgimento di ciò che è stato,
delle saggezze dei secoli di lumi più fulgidi
del presente.

Non mi ascoltereste.

Mangio il mio pane duro di Cassandra,
bevo danzo e non so più che altro:
ma è resistere, non rivoltare.

Essere o non essere

37046614_10214780601405414_7371904269403815936_n

Avrai capito – o forse no,
forse è presunzione
questa mia pretesa d’averti trasmesso qualcosa, più
che d’averti convinto: un segno,
rivelazione d’un significato ulteriore, una guida
per il tuo intuito
col quale appropriarti di certe mie ragioni nascoste.

Avrai capito, adesso, mentre grandina un tramonto casuale nelle nostre esitazioni celate dalla libidine

e tu mi racconti che sarà tutto diverso questa volta
che senti anche tu lo stesso canto, anima dei miei giorni.

Avrò capito il tuo sguardo salato di ieri, di domani?
Sarò stata capace di amarti
per le inquadrature spontanee,
per la tua scelta di metterle in fila secondo certi schemi?

E’ tutto un equivoco, l’odio, l’amore
ci si abbandona per divergenze stilistiche – ma lascia che la mia voce ti innamori ancora,
non dire niente
mentre i fenicotteri si appoggiano alle nostre miserie
ridi nelle mie guance
nelle insicurezze del mio cuore;

parlami del vento e lascia che la trama si sveli pian piano,

e il nostro amore sia sapiente montaggio,
amalgami le scene fino all’opera compiuta;
poiché questo è l’amore: sapersi raccontare
la storia che dia un senso ad ogni quadro –

ti ascolto, raccontami questa storia,
lascia che spiova, piano, un poco alla volta.

Polvere e neve

310766_2194031367102_8069900_n

Potrei,
se tu fossi d’accordo,
cederti le mie nostalgie.

Te le affitterei ad ore
camere in cui, assoluto, amare
– scorda il tempo, il denaro, il caldo del conformismo sociale.
Verresti nelle mie pupille velate di nicotina maldestra
ancora e ancora
fino a dimenticar te stesso.

Le mie nostalgie le affitto ad ore
camere di primavera e di sole
dalle pareti fiorite tutte da accarezzare.

Leggile un poco, queste malinconie.
Sfogliale, come brioches calde a colmarmi le guance.
Le mie ferite sono medaglie al valore,
il solo gioiello che possa ornarmi il collo.
Le mie parole nel tempo sono boa di piume,
ventagli coi quali attirare i passanti per una moneta o un sorriso.
Le mie nostalgie sono squarci di luna sulle tue dita
mentre mi ami la mattina
e la notte, rare pause tra i tuoi demoni e le mie false speranze.

Non avresti i miei sorrisi senza le mie spine,
le mie risa senza le mie collere.
Le tue cicatrici tra le mie dita sono tatuaggi per conoscerti il cuore.

Le mie nostalgie le affitto ad ore a tutto il mondo;
il soldo che me ne viene in tasca è nello sguardo di chi si ferma,
sentimento condiviso ogni volta diverso.
Neve che fu nella strada in cui mio padre si ruppe una gamba
e neve che fu nelle mie attese alla fermata del tram
– tra un pronto soccorso e una sala d’attesa.
Neve sulla morte

ad annunciarla nei giorni precedenti il suo arrivo
e le mie lacrime di una settimana che furono neve
mentre lei si spegneva tra le mie carezze impotenti.

Il mio passato è un seme di cui non hai che intuizioni.
Tuo è il suolo duro crepato dal freddo,
tua la spiga esitante che sai vedere nelle pieghe della terra.
Potrai mietere i miei baci ogni mattina.
Le mie nostalgie sono chicchi di grano:
le ho promesso che darò sapore al mio pane.

 

Estate

Un tempo chiaro
viene a sorriderci: bussa,
scivola nelle lenzuola
coste d’un mare quieto,
nostro. Senza fretta ricambio il sorriso,
morbida brezza, naufragio dei dubbi.
È un tempo da attraversare intera
giustapposta al millimetro
capelli unghie fegato idee.
È un tempo di darsi tutta
che a piccoli sorsi
ne sento, acre, il sapore del sale.
Estate è il tempo che mi contiene.