Programmare o improvvisare: questo è il dilemma

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Voi programmate tutto nel dettaglio o preferite lasciarvi un buon margine di improvvisazione?

Sto lavorando a una raccolta delle mie poesie e faccio un po’ fatica a tenere insieme tutti gli impegni: lavoro, pagina, libro, il mio matrimonio da organizzare, una serie di impegni personali…Ne ho parlato con Sara di  Blufiordaliso , che invece è una pianificatrice fantastica. Ci siamo dette: perché non dedicare il nostro spazio del mese di aprile a questo tema?

Ecco le nostre riflessioni. Buona lettura!

BLUFIORDALISO

Car* Lettrici e Lettori,

siccome sono sempre stata onesta negli articoli che scrivo e pubblico sul blog, dopo avervi aperto il mio cuore più volte in questo spazio di scrittura condivisa che è l’articolo mensile in collaborazione con Ritenzione lirica, anche in questa occasione non posso esimermi dal rendervi parte della mia maniacalità.

Già, perché di questo si tratta.

Sarà il segno zodiacale (vergine ascendente vergine), sarà l’educazione pragmatica e decisa ricevuta da bambina, a improvvisare faccio una fatica bestiale.

Non solo: io sono una fan delle liste. Sicuramente una delle “fan più attive” delle liste di qualsiasi genere e tipo, per utilizzare un linguaggio tanto caro al mondo Facebook, che della modalità “Lista” ha fatto un suo cavallo di battaglia.

Scrivo liste per organizzarmi la vita (o meglio, illudermi, così, di organizzarla) fin da quando ero bambina. All’epoca erano liste scolastiche: compiti da fare, capitoli da studiare, un planning degno di nota. Le scrivevo su block notes a righe o a quadretti, a seconda di cosa passava il convento.

Poi, adolescente, c’è stata l’evoluzione della specie: un bellissimo blocco per appunti spiralato, con copertina rigida e rigorosamente a righe ospitava le mie liste più disparate.

Inaugurato in quel tempo, non ho più abbandonato il metodo.

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Adesso le mie innumerevoli liste trovano spazio in un’agenda sempre a righe, ma in formato A5, con copertina rigida, ma rilegata e con tanto di elastico a chiusura, ché le pagine stropicciate stropicciano pure l’ordine mentale che le liste hanno il prezioso compito di gestire.

Scrivo liste praticamente per tutto. La lista con il planning settimanale, ovvero tutte le attività che riempiono i 7 giorni moltiplicati 52 settimane, è un elenco di tutto ciò che so o prevedo mi capiterà, dalla spesa al supermercato all’appuntamento dal dentista.

Poi ci sono le molteplici liste dedicate ai libri, ovviamente.

Da lettrice forte e maniacale, bibliofila e bibliomane, non può che esser così.

E allora ecco che ho:

  • la lista dei libri che leggo durante l’anno, suddivisi per mese e con tanto di classificazione a stelline;
  • la lista dei libri che vorrei comprarmi, che provvedo ad aggiornare periodicamente con i nuovi titoli che hanno rapito il mio cuore e depennando quelli che hanno provocato lo svuotamento del portafogli;
  • le liste dei libri che compro: qui si parla al plurale, perché tengo una lista per ogni libreria in cui mi reco e su ciascuna scrivo titolo, autore, prezzo e pure sconto ricevuto, quando c’è;
  • la lista dei libri da leggere, con una pseudo programmazione di massima;
  • la lista dei libri che tratto nei vari gruppi di lettura nel corso dei secoli;
  • la neo inaugurata lista inerente la biblioterapia umanistica.

Ecco, invece, le liste della donna forte e determinata, quella tutta d’un pezzo:

  • la lista delle spese con carta di credito. In realtà sullo smartphone ho l’applicazione che mi dice in tempo reale per filo e per segno cosa spendo, quando e dove, ma il cartaceo ha il suo fascino e io non riesco a resistere;
  • la lista delle entrate e delle uscite sul conto corrente, perché una brava casalinga disperata mixata a donna lavoratrice come me deve sempre sapere quanto in basso cada mensilmente il proprio conto in banca;
  • la lista dei regali di Natale, fondamentale. Ogni anno una nuova lista, da confrontare con le liste degli anni precedenti, ovviamente conservate gelosamente. La mia prima lista di regali natalizi risale al 2004, fate un po’ voi.

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Poi ci sono piano e calendario editoriale, strutturati in liste e in continuo aggiornamento, dedicati al blog e ai social. Ammetto che queste sono ancora un po’ ostiche e difficili da rispettare, sigh.

Prima di ogni viaggio c’è la lista delle cose da mettere in valigia, preceduta dalle varie ipotesi di outfit declinate giorno per giorno. (Per le vacanze estive dello scorso anno ho pure fatto il disegnino dei vari capi di abbigliamento, per farvi rendere conto della paranoicità della questione.)

Infine, prima del Salone del Libro di ogni anno, c’è la LISTA DELLE LISTE.

Una sola lista che racchiude in sé tutto lo scibile umano in materia letteraria, integrando, per ogni giorno di apertura:

  • elenco degli stand da visitare, con nome dell’editore e posizione sulla mappa
  • elenco dei titoli da visionare presso ogni casa editrice
  • elenco delle domande da porre a ogni editore
  • elenco degli eventi a cui partecipare dentro il Salone
  • elenco degli eventi a cui partecipare fuori il Salone, ovvero attinti dal programma del Salone Off
  • elenco delle persone da incontrare, con relativi orari

Immaginatevi, pertanto, una me esagitata percorrere ogni giorno chilometri tra un padiglione e un altro, armata di trolley, almeno tre borse e lista alla mano. Un’avventura unica.

Insomma, a questo punto credo vi siate fatti un’idea del livello di maniacalità.

Programmare è un mantra, un’ossessione quasi, a cui slegarsi è davvero difficile.

Organizzare tutto il possibile è il modo che conosco per avere le idee chiare in testa.

Ma attenzione, le cose più belle spesso capitano per caso, improvvise. E sono magnifiche. Forse per questo continuo a scrivere liste: per non smettere mai di meravigliarmi ogni volta che una cosa bella capita inaspettatamente e mi lascia senza fiato

RITENZIONE LIRICA

LA PORTA LASCIATA APERTA

Disciplinavo i miei fremiti
per seguire le indicazioni
e avevo contenuto il mio tempo
entro i margini di un’agenda

ma una vecchia mi trovò
alla corsia dei detersivi: aveva
una storia per me, una genealogia
di denti, sguardi, ricordi scombinati;

per lei mi son fermata ad ascoltare.
Ho perduto mezz’ora. Alla cassiera
lasciai altri minuti: la conoscevo,
mi ricordava dalle altre vite passate
– Stai meglio coi capelli lunghi. – disse
mi rese uno sguardo che avevo perso
per strada. Tornai a casa più giovane.

Poi venne Gesù Cristo:
bussò alla mia porta ed era mio fratello
aveva fame e sete, gli serviva ascolto
era solo in mezzo agli ulivi
ed era un ospite
un’amica lontana
aveva gli occhi di mio nonno
non sapeva mentire.
Venne Gesù Cristo in persona
e non ebbi il cuore di tener fede ai patti
scordai i buoni propositi
e lo lasciai entrare, versai da bere, l’orecchio
si fece ventre, impastai un pane.

Alla fine del giorno qualcosa era scaduto
avevo lasciato indietro molti piani
sui miei programmi ero in ritardo mostruoso.
Feci un sol sonno, di pace:
per fortuna un vento imprevisto
era giunto a salvarmi
dal capitalismo del sentire.
Lascio sempre la porta aperta alla vita.

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Ecco, io sono decisamente più caotica di Sara.

Ci provo anche, a farmi dei programmi di massima, giuro. All’inizio di una nuova attività, ad esempio, presa dallo slancio di entusiasmo iniziale. Butto giù la mia to do list e cerco di attenermici.

Allenarsi, ad esempio. Sì, dopo il lavoro da lunedì mi alleno un’ora a casa, un giorno braccia, un giorno gambe, un giorno addominali. Ho un piano.

Solo che una può anche pianificarsela, la vita: lei ti spiazza lo stesso. Ti prende in contropiede. Proprio quell’ora in cui dovevi allenarti, ad esempio, ricevi quella chiamata della tua migliore amica che ha una storia da raccontarti. Inizia a parlare e ti accorgi che avevi un sassolino da toglierti, un pensiero represso, che non sai come ma con Erica è venuto a galla, ti è sfuggito di bocca prima che potessi elaborarlo compiutamente e ti sei accorta che sì, ecco cosa manca.

E nel frattempo ti è venuta un’idea. Quindi quando attacchi butti giù due righe. Ma neanche il tempo di iniziare ed ecco, il telefono squilla di nuovo. E’ tuo fratello, ha bisogno di ascolto. Eccomi, sono qui.

Si fanno le sette, ora di cucinare. Vediamo cosa c’è in frigo? Poco, è giovedì.

Spesa veloce. E lungo la strada una farfalla, un tramonto particolarmente fotogenico, un incontro casuale con qualcuno che non vedevo da un pezzo…

Tutto questo per dire che non sono contraria alla pianificazione in sé: è sempre utile riordinarsi le idee.

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Nella consapevolezza, però, che ci si sta muovendo nel mondo delle idee e delle aspirazioni ideali. Il controllo è un’illusione: siamo esseri finiti, frangibili, distruttibili.

Alla fine la realtà ci coglie sempre di sorpresa. E meno male: se non lasciamo la porta aperta all’imprevisto, rischiamo di avvilupparci su noi stessi. La luce, la comprensione delle cose, passa per la relazione con l’altro e dunque, inevitabilmente, entra dalle crepe della nostra rigida illusione di controllo.

Non pianificare troppo è anche una mia segreta ribellione alla logica capitalista dell’accumulo: di traguardi raggiunti, di obiettivi prefissati, di ricordi. Quasi come se fosse un profitto, anche la nostra vita rischia di trovarsi incasellata in una partita doppia: Dare/Avere. To do/Done.

Io mi rifiuto. Il valore delle mie esperienze è relativo, non basta accumulare una tessera punti per farsi trovare preparati. Preferisco allenarmi ad essere flessibile e adattabile alle vicende della vita.

Ogni tanto dobbiamo perdere qualcosa, per poter proseguire il viaggio più leggeri e continuare a guardare con stupore alle esperienze del vivere.

Haiku del risveglio

Raggio di sole:
la notte è passata
sul mio cuscino.

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Questo dipinto di Davide Cascone è un’emozione.
Mi ha catturata subito. Gliel’ho detto e, solo a quel punto, lui mi ha svelato di averlo realizzato ispirato dal mio HAIKU DEL RISVEGLIO.
L’arte è questo: scambio, condivisione. Corrispondenza nel sentire, tra due perfetti estranei, legati solo da contatti in comune sui social. Intimità di un’emozione senza nome, per la quale non esiste una parola.
Sì, la sente anche lui, questa cosa. Nel suo sguardo è fatta così.

Primavera, rinascita e coraggio

spring time_3.jpgE’ di nuovo il terzo giovedì del mese, e io e Sara di Blufiordaliso ci siamo prese il nostro spazio per celebrare questo giorno: è il 21 marzo, inizia la primavera!
Riprendendo il contatto con la terra e le radici, e provando a rendere questa stagione un tempo per sbocciare.
Come? Con la narrativa e la poesia, gli strumenti che più amiamo.
Iniziamo!

RITENZIONE LIRICA

La primavera è in pericolo.
È un pensiero martellante di cui non riesco a liberarmi, in questi giorni.
Sarà che quest’anno l’inverno ce lo siamo perso per strada: i fiori sono sbocciati con oltre un
mese di anticipo. Fa caldo. Molto caldo. Troppo caldo.

Signori, inutile che ce la raccontiamo: queste potrebbero essere le ultime primavere che
vediamo sbocciare. Il clima sta cambiando, è sotto gli occhi di tutti. E non ce la faccio, a
godermi questa bellezza senza avere paura.
È passata una settimana scarsa dallo sciopero mondiale contro il cambiamento climatico del 15 marzo. Io ho partecipato a Fridaysforfuture con una poesia, che vi riproporrò alla fine di queste righe. Ma non basta. Servono gesti concreti, una presa di coscienza dell’insostenibilità del nostro stile di vita. Un’assunzione di responsabilità.
Dobbiamo sostenere politici che si impegnino davvero per l’ambiente. Non abbiamo tempo: la politica deve darci risposte, dobbiamo pretenderle.
Ma non basta neanche questo. Come singoli, abbiamo l’imperativo morale di pensare
all’impatto delle nostre scelte di vita sul pianeta.
Io come individuo cerco di fare la mia parte ogni giorno, consapevole che potrei fare di più.
A primavera la natura rinasce: tocca anche a noi rinascere, come vi racconterà Sara tra poche righe, e sarebbe bello ripartire rendendo più sostenibili le nostre abitudini.
Quindi oggi, prima di lasciarvi la mia poesia, voglio appuntare qui con voi 10 gesti concreti, facili, che io riesco ad attuare ogni giorno senza difficoltà e che possono ridurre il nostro impatto sull’ambiente.
– Mangiare meno carne: due o tre porzioni a settimana sono sufficienti.
– Portare sempre con sé sacchetti di stoffa per non usare quelli di plastica.
– Non utilizzare piatti e bicchieri di plastica.
– Comprare frutta e verdura di stagione, locale, magari al mercato da un rivenditore di fiducia e possibilmente sfusa: vi accorgerete che costa molto molto meno e dura anche molto di più!
– Evitare le confezioni monoporzione con tanti imballaggi: anche questa scelta vi porterà a risparmiare moltissimo.
– Spostarsi a piedi o in bici il più possibile: costa meno della palestra e consente di non
inquinare.
– Sostenere organizzazioni che piantano alberi, come Treedom. È un bellissimo regalo da fare alle persone che ami o a te stesso e contribuisce a neutralizzare le tue emissioni. Io cerco di piantare almeno 3 alberi all’anno, è poca cosa ma meglio di niente.
– Fare pochi viaggi aerei. Inquinano tantissimo. Io sono diventata consapevole da poco di
questa forma di inquinamento, non viaggiando in aereo per lavoro ho deciso che cercherò di non prendere più di 1 volo A/R all’anno (ma è un inizio).
– Usare detersivi e saponi ecologici. Sono disponibili in quasi tutti i supermercati, costano all’incirca come quelli normali e la pelle ringrazia.
– Non comprare più vestiti se non ce n’è un reale bisogno. Abbiamo armadi pieni di abiti che non utilizziamo.

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Vi lascio alla mia poesia, che non ha un titolo.
Gli alberi di questa poesia hanno rami spogli: tutto il contrario della rigogliosa primavera che sta sbocciando sotto i nostri occhi.
Preserviamola. Facciamo in modo che non diventi qualcosa da raccontare ai nostri figli.

 

Umanità degenerata
rapace – il peso di lobotomie:
nutrire eredi di terreni inariditi,
di rami rinseccati, spezzati dal vento
di deserti sterili, privati
delle radici, depravati.

Il mare incombente
reclama la vita
brodo da cui emergemmo vermi
e poi iguane
e infine uomini.
Attendere il mare
– che sommerga le colpe;
o invece, un sussulto.

Chi altro dovrebbe battersi
per il nostro futuro?

BLU FIORDALISO

Il terzo giovedì del mese di marzo quest’anno corrisponde al 21, ovvero proprio al giorno in cui, come ci hanno insegnato a scuola, cade l’equinozio di primavera.
L’articolo condiviso con Ritenzione lirica, quindi, questo mese non può non raccontare di
primavera.
In realtà, quella del 21 marzo è una data convenzionale, poiché astronomicamente parlando, l’equinozio può cadere ogni anno tra il 19 e il 21 marzo.
Il 2019 vede l’inizio della primavera il 20 marzo alle 22:58, ma io sono affezionata alle
reminiscenze scolastiche e, in fondo, al 21 marzo mancherebbero soltanto 2 minuti.
Una nuova primavera è giunta a noi, dunque. Felici?
Il mondo pare ancora dividersi a ogni cambio di stagione: c’è chi esulta gioioso per il sole, il tepore e le vacanze sempre più vicine e chi, invece, si sente già svenire dal gran caldo e rimpiange tristemente i week end sulla neve.
Io quest’anno ne sono contenta.
I primi due mesi dell’anno sono stati difficili e anche marzo non è decisamente cominciato sotto i migliori auspici: per questo non mi resta che sperare in una nuova stagione, in un cambiamento di temperature che si porti appresso pure un po’ di sollievo dalle vicissitudini della vita.
Al tema della primavera, pertanto, abbino la rinascita e, perché no?, anche il coraggio.

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Hanno coraggio, ogni anno, i bulbi dei nostri giardini, ad esempio. Traggono forza dalla loro linfa più nascosta nel cuore dell’inverno e danno nuovamente inizio a un cammino che porterà una nuova pianticella a spuntare, scoprire la luce, fiorire.
Non sanno esattamente cosa li aspetta in superficie, ma la forza della natura vale sopra tutto.
Talvolta tocca fare esattamente così anche a noi.
Me ne sto accorgendo in questo periodo di acqua alla gola e tanto annaspare: dopo essere andata giù, la spinta naturale mi avvia alla risalita. Quindi, in teoria, una luce in superficie dovrei vederla pure io.
I libri, come saprete, non mi abbandonano mai e anche in questi momenti mi sono venuti in soccorso.
Una delle mie recenti letture risponde pienamente ai significati puri e lati di primavera, rinascita e coraggio: si tratta di La misura eroica di Andrea Marcolongo (Mondadori).
Questo libro è uscito più o meno un anno fa e stava sui miei scaffali, ad aspettarmi.
Catturata dalla copertina, dal profumo delle sue pagine e dalle meravigliose parole della sua autrice, che seguo ogni giorno sui social, non mi ero ancora decisa a leggerlo veramente.
Ogni tanto lo toccavo, lo sfogliavo, leggevo qualche riga. Sentivo che quelle pagine
racchiudevano qualcosa di potente, di estremamente delicato eppure dirompente, che mi
avrebbe toccato nel profondo.
E così è stato. Al momento giusto.

C’è stato un giorno, un paio di settimane fa, in cui mi sembrava non ci fosse soluzione per niente. Mi sembrava di vivere in un mondo dai soli giorni bui, dove io ero sempre io, mai migliore e sempre peggiore.
Quella sera, dopo essere saltata da un libro all’altro riservando a ognuno giudizi impietosi che non si meritano sicuramente, ho preso questo libro dalla libreria e l’ho portato in camera da letto, dove sono crollata dopo una giornata delirante.
Spente tutte le luci di casa tranne l’abat-jour sul comodino, mi sono rannicchiata sotto le
coperte e ho accarezzato per un po’ la copertina liscia e rassicurante di questo libro: in foto, un portachiavi rosso, a forma di cuore, con una chiave agganciata. Avevo letto in un’intervista ad Andrea Marcolongo che quel portachiavi le era rimasto nell’anima: fotografato e parte di una mostra, a colpirla era stata la frase scritta sopra Abbiamo un cuore per chiunque arrivi.

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Se un cuore c’è davvero per chiunque, se lei (una donna praticamente mia coetanea) ha potuto trovare in Sarajevo e nella Bosnia Erzegovina una nuova casa, allora, forse, una speranza di nuova luce può esserci anche per me.

Ho cominciato la lettura. Praticamente subito ho afferrato i segnalini adesivi – stavolta verdi –, mettendoli ovunque. Erano tanti i passaggi che volevo marcare. Talmente tanti e talmente belli che in breve ho impugnato pure la matita e di lì è stato tutto un sottolineare, fino alla fine.
Raramente sottolineo i libri che leggo. Appongo adesivi, scrivo su post it e biglietti che lascio tra le pagine; mi annoto tratti salienti e citazioni in vari quaderni, ognuno per un uso diverso che posso fare della lettura nella mia vita. Ma quasi mai sottolineo.
Stavolta, invece, non ne ho potuto fare a meno. È stato un riflesso incondizionato.
In questo libro Andrea Marcolongo conduce il lettore attraverso tre piani narrativi.
Affronta il tema del viaggio, in particolare il viaggio per mare, aprendo ogni capitolo con le frasi tratte da un libercolo di cui si è innamorata How to Abandon Ship, un piccolo manuale di sopravvivenza in mare del 1942, che aveva trovato da un rigattiere del Kent.
Parallelamente, non abbandona il suo amore per il greco e il mondo classico, raccontandoci il viaggio per mare degli Argonauti, ovvero narrandoci le vicende di Giasone e dei suoi compagni sulla nave Argo, alla ricerca del mitico vello d’oro, così come descritto nel poema epico Le Argonautiche di Apollonio Rodio.
Infine, ma chiaramente non ultimo per importanza, ci parla della sua vita e di come il viaggio, il mare e la definizione che i Greci davano di eroe siano stati per lei una chiave di volta.
Eroe, per i Greci, era chi sapeva ascoltarsi, scegliere se stesso nel mondo e accettare la prova chiesta a ogni essere umano: quella di non tradirsi mai. (p. 7)
Eroe non è chi compie gesta valorose portando a casa sempre la vittoria: eroe è chi vive, chi agisce secondo il proprio essere e non importano tutti i fallimenti in cui incapperà.
Tutti sbagliamo e tutti ricominciamo dagli errori: non per questo siamo meno eroi di chiunque altro. Vincere e compiere gesta prodigiose non classifica le persone come eroi.
Leggendo questo libro ho capito di essere anche io, nel mio piccolo, un eroe.
Perché vivo ogni giorno. Perché spesso subisco impotente, ma ho ben salde dentro di me le radici di ciò che è importante.
Le stesse che, come per i bulbi di primavera, danno la spinta vitale allo scorgere la luce tiepida di un nuovo 21 marzo.

La storia di ciascuna

 

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Non me ne sono accorta
mentre accadeva, ero distratta:
i nostri corpi si sono staccati 
hanno preso strade distinte
e adesso è un nuovo incontro,
una stretta di mano: si studiano,
i nostri corpi divisi, prendono
le misure. Non si conoscono più
e devono apprendersi da capo,
ritrovare il guado, l’intersezione,
l’appiglio giusto. Combaciare
è divenuto una ricerca tra sporgenze
dove un tempo, tra concavi e convessi,
l’istinto era fondersi, senza barriere.

Cercami, tra le lenzuola
vieni a prendermi sotto il piumone.
Non arrenderti all’abitudine, al freddo,
non lasciarci catturare. 

You are beautiful

Siamo a dieta.
Tutte e due. Sia io che Sara.
E di cos’altro potremmo parlare, questo mese? Quindi eccoci qui. Se volete una chiave di lettura diversa sul tema, un po’ letteraria, siete nel posto giusto.

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Ritenzione lirica
Della mia dieta, non ve ne parlo neanche.
Non è un regime alimentare da fame, son sincera. Certo, devi fare attenzione a molte cose. Ai condimenti, alle grammature. È un po’ vincolante se devi invitare qualcuno a cena o se mangi spesso fuori. Però è questione di abitudine e io, piano piano, ci sto prendendo la mano.
Con voi voglio parlare del significato di questa dieta per me. E lo voglio fare con una poesia.

A DIETA
Non ci so stare:
le Irene che sono non le so abbandonare.
In questo grande corpo c’è posto per tutte:
per le donne che non sono stata – ma avrei tanto voluto;
per quelle che la vita ha spazzato via d’un soffio;
per le mie reincarnazioni; per gli anni passati,
per la figlia che non sono più.
Col tempo, tuttavia, non mi ritrovo:
non so dove comincio
tra le vecchie pelli ammassate
in mezzo a cosce un po’ cascate
alla pancia e alle guance che mi sono spuntate.
Nel morbido tepore di cose già vissute
non ho più il posto per il presente,
non so più correre:
indosso troppi vestiti.
Voglio venirmi a cercare:
imparerò ad ascoltare,
a nutrire, invece che a mangiare,
a curare un corpo che voglio occupare
io sola, tutta quanta,
adesso.

Riuscirò a lasciarmi andare,
mi saprò demolire e poi rifare,
a costruirmi – nuova,
libera dalle mie macerie.

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Blufiordaliso
Che tema difficile questo mese!
Complicato, spinoso, quasi tabù per me.
Quando Irene mi ha detto Sono a dieta, sul serio. Ne parliamo il prossimo mese? io le ho subito risposto di sì.
Aggiungendo Anche io sono a dieta.
È la verità, anche io sono a dieta. Da anni.
Sì, perché il mio fisico non è mai stato longilineo, per così dire. L’aggettivo magra non è mai stato associato alla mia persona, così come esile, secca secca o minuta.
Io sono sempre stata quella un po’ rotonda, robusta oppure direttamente grassa. A scuola ero la cicciona secchiona. Dopo, acquisendo la maturità dei vent’anni, dei venticinque e adesso anche dei trenta, sono quella lì … e segue il gesto con i gomiti allargati, che sta a significare tutto tranne una taglia 42.
L’argomento dieta, dunque, è stato molte volte all’ordine del giorno.
Nascosto, inascoltato, non affrontato per qualche tempo, magari. Ma sempre presente.
I tentativi sono stati molteplici, così come i fallimenti. Ne sono, attualmente, la dimostrazione vivente.

Funzionò una volta soltanto, tre anni fa, quando persi parecchi chili, che poi riacquisii nello stesso tempo che avevo impiegai a perderli.
Il mio corpo ne risente, ovviamente. Ne ha risentito prima, durante e dopo l’unica dieta che diede risultati.
È evidente che, nel mio caso, si tratti di un problema articolato, legato a molti altri aspetti.
A maturare questa consapevolezza ho impiegato anni e non se sono ancora del tutto venuta a capo.
Mangio è innegabile, i chili arrivano da lì. Sono golosa, è dimostrato.
Ma c’è dell’altro che si lega a quello che molte riviste spesso paventano come metabolismo lento.
Ci sono delle motivazioni strettamente mediche, che si affrontano pian piano con una équipe specializzata. Le cause del sovrappeso e dell’obesità risiedono solo in parte nel corpo e si devono cercare anche dentro di sé.
La cosiddetta fame nervosa, ad esempio, si manifesta davanti ai nostri occhi come un’abbuffata o l’accanirsi su un determinato cibo che pensiamo ci faccia stare meglio; in realtà la causa risiede dentro di noi, la spinta a mangiare è psicologica.
Cercare di risolvere le questioni che ci divorano dentro, paradossalmente, ci farà divorare meno cibo, anche se il percorso è lungo, non sempre consapevole, duro, talvolta estenuante.
Rimane, poi, l’argomento corpo da affrontare. Stare meglio dentro è un grandissimo passo, il più importante e carico di benefici. Ma il corpo rimane ed è la parte di noi immediatamente visibile agli altri.

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Recentemente ho letto un articolo di Gaia Manzini uscito su L’Espresso.

Il titolo del pezzo era Cicatrici che rendono felici.

L’autrice comincia dicendo: IL CORPO È INEVITABILE. Il corpo siamo noi.

Io, che solitamente rifuggo nei giornali tutto ciò che viene scritto sulla fisicità, sono stata catturata da queste parole e ho letto tutto con grande avidità.

Il corpo danneggiato e riparato è al centro delle sue riflessioni, legate a nuove uscite editoriali sugli scaffali delle librerie italiane proprio in questi giorni. E non si tratta di manualistica o di ridicole pubblicazioni di self help. Gaia Manzini ci parla di romanzi, di storie scritte e che possiamo leggere, racchiuse da copertine nella maggior parte dei casi anche molto belle.

Storie in cui il corpo sta male, subisce battute d’arresto e viene rattoppato grazie alla medicina.

Poi il recupero spetta tutto al protagonista. Perché il recupero è mentale, psicologico, trova le forze nel più profondo di noi. Come accade a Elena, la protagonista di La memoria della cenere di Chiara Marchelli (NN Editore), ad esempio.

Questo libro mi chiamava, ancor prima di uscire. L’ho letto d’un soffio e adesso ho tanti piccoli, nuovi tasselli che rinforzano contenuto e contenitore.

Già, perché il lavoro è duplice, come vi ho detto prima.

Facciamo di tutto per guarire il male che ha causato una rottura del contenitore poi, durante la convalescenza, guariamo anche le ferite del nostro essere più interiore, mentre ci riappropriamo pure del corpo.

Il corpo non può essere abbandonato, né lasciato a se stesso per troppo tempo. Non può essere accantonato né maltrattato a lungo.

Il corpo è ciò da cui si comincia e ciò con cui si finisce.

Mangiare troppo o troppo poco non è nient’altro che plasmare il nostro corpo nel vano tentativo di plasmare ciò che abbiamo dentro.

La realtà è che dovremmo sforzarci di restare in equilibrio quanto più possibile, senza dimenticarci che il benessere del corpo è irrimediabilmente legato a quello del nostro io e viceversa.

Quando l’equilibrio non c’è, qualcosa inevitabilmente ne risente. Sta a noi capire cosa e trovarne uno nuovo.

È un lavoro immane, durante il quale dobbiamo prima scendere negli abissi per poi risalire verso una pallida luce. Dopo rimarranno su di noi delle cicatrici, dentro e fuori. Dei segni che ci ricorderanno in ogni momento quello che è stato, ma anche quello che abbiamo fatto per cambiare.

Il corpo non sarà mai uguale per più di due giorni: il nostro contenitore viene plasmato dalla vita, dagli agenti esterni, da noi stessi. E il contenuto lo seguirà a ruota, imprescindibilmente.

La dieta è il mezzo per rimettere in sesto il corpo, ma va fatta con criterio, deve essere un percorso serio, durante il quale si è aiutati e supportati (da una figura medica, dalla famiglia, dagli affetti).

La dieta è anche un percorso psicologico, perché inevitabilmente impatta sul nostro contenuto.

Per questo occorre essere forti nella propria determinazione, del tutto individuale, ma mai soli nel praticarla.

Perché il nostro corpo ci dà dei segnali in ogni momento. E coglierli correttamente è la chiave per un equilibrio ottimale.

Quando affrontiamo percorsi impegnativi come questi, quindi, non dimentichiamoci mai del nostro coraggio e della fatica che facciamo.

E soprattutto non dimentichiamoci della bellezza, la nostra per una volta.

You are beautiful!

Ti sono arrivate?

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La ragione della mia collera
è sempre una concausa:
brucio pura entro ciascuna vampa,
insensibile
al richiamo della ragione.
È il mio sangue
che scorre via; mi sto creando
ancora, fertile.

Io sono il suolo del mio tempo
dissodato ogni luna
– io, rivoltata zolla a zolla:
frantumata dal ciclico
ritorno a galla
della donna che fui.
Riemergo intera, intessuta di trascorsi
dei miei giorni perduti

sono il rastrello del crampo
e pure la terra del campo
aperta spalancata
al respiro dell’aria
vita.