Niente

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E se per caso io sapessi imporre
un nome a questa mia mancanza, quale
appello per vaga malinconia

– fino alla fibra dei tendini lo sforzo
d’oblio del disperare nuda in terra –
al precipitare chiaro di meteore
non avrei argine di leggerezza
alcuna.

È un nulla quest’acqua sul selciato
la misura del passo
nella marcia di rugiada
il mio canto scordato nel parcheggio
dietro l’ufficio postale.
– Niente – il silenzio di foglia, sfumando,
esala in lacrime la danza della linfa.

Sperare è certo un gesto del caso, gioco
di fini equilibrismi.

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Umanità

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Nelle pieghe del mio giorno
trattengo, trasmuto
e trasfiguro

il dolore lo rendo lente
la paura nutre il motore
guido nella nebbia dell’ennesimo slot
pianificato, mi tengo in basso
scrutando

riunire sei individui
e negli occhi
cercarne le sostanze
annacquate
dalla mimica dei meeting.

E pure in certi moti spontanei
della pupilla, nel guizzo angolare
d’un sorriso svelto:
t’ho scoperto.
Umano come me
di stesso identico impasto d’elementi
sete azoto calcio fosforo
empatia carbonio
ossigeno tremore

di idrogeno hai pieni i gemiti
anche tu, nei tuoi nervi c’è il sole.
Umano come me
potresti sporgerti, un poco
fuori dal nodo
della cravatta – ricorderesti.
Dell’odore di un fuoco
antico
sul velo increspato del braccio

la notte il buio
dell’essere umano
ricorderesti.

Ciò che amo fare se penso alla morte

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Vestire di rosso.
Accogliere tutti i sentimenti che mi passano per l’esofago, ciascuno col suo gusto, senza respingerli. Vado bene così, con le mie contraddizioni e i miei limiti.
Lasciarsi ferire: è il prezzo da pagare per restare carne.
Proteggersi, però, custodirsi intera.

Mischiare sapori forti, in cucina. Il melograno col vino cotto di fichi, la zucca e i funghi.
Leggere racconti di viaggio, poesie di gioia. Berci su qualcosa di caldo.
Fare l’amore con gli occhi pieni.
Playlist toniche, da cantare alle tre del mattino con la famiglia che hai scelto.

Sorridere a quella pallida stangona nello specchio, benedire il regalo della vista.
Rispondere a metà.
Tacere se non c’è niente da aggiungere.
E poi quando qualcuno salta su a chiedere conto di certi silenzi o di certe assenze, averne compassione, lasciarsi guardare.

Emergere dal magma.
Dormire al mattino, godere la notte.
Portare avanti la scommessa della vita, una sorpresa dopo l’altra, con gratitudine.
E infine il lievito: darsi lo spazio di crescita, lasciarsi attivare.
Restare integri, restare morbidi, lasciarsi cuocere e mantenersi vitali, prendere a tempo forma di pane.

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Ricominciati

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Ricomincia.
Avrai paura di sbagliare i modi,
danzatrice scoordinata
sulle note di un samba sconosciuto

Il souffle’ ti si sgonfiera’ in forno
quel vestito resterà nell’armadio:
undici allenamenti di cardio
non basteranno a piallare una vita
di gelato sdraiata sul divano.

Tu ricomincia.
Se fossi pronta per essere oggi
la donna che sempre hai voluto creare
il ballo del samba sarebbe finito
non avresti più nulla da imparare
e potresti accostarti stanca alla fine.

Tu invece ricomincia
parti sempre dal via e goditi il viaggio
casca ogni giorno per rialzarti nuova,
sbaglia la strada, scopri nuove vie,
ama il tuo riflesso mentre piangi
e quando hai finito non domandare
se la lacrima è gioia o dolore,
ricomincia

riparti da zero,
taglia ancora i capelli
riprovaci ancora,
spariglia i tuoi sogni,
innamorati del tuo nemico, perdona
e ricomincia un nuovo respiro
una nuova digestione e un nuovo sonno.

Ricominciati sempre
e non finirai mai.

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Anagrafica

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Ho quarant’anni di fronte allo specchio
quando dimentico il tonico
per due giorni di fila

trenta sui documenti
mettendo in fila i ricordi
le mie scadenze, le agende.

Cinquanta suonati quando attacchiamo:
tu ti fai uomo nelle mie risposte
nelle rese in cui lascio a te la palla
e resistere alla tentazione del soccorso
mi imbianca il sopracciglio,
mi sforma la figura, matrona precoce
nelle mie lezioni di volo per te.

E poi son quindici quando ho fiducia nell’uomo,
nelle letture di saggi,
nelle creste iliache – ancora
non s’arrendono al tempo della sfioritura
e affiorano a vista, capriccio di fanciulla
sopra fianchi di donna fatta.

Non più di sette tra le tue braccia
quando mi dici la sera Sei mia:
io non lo sono, perciò amo
il tuo sogno di possesso
bambino
come le mie risa pulite.

trenta sui documenti
mettendo in fila i ricordi
le mie scadenze, le agende.

Cinquanta suonati quando attacchiamo:
tu ti fai uomo nelle mie risposte
nelle rese in cui lascio a te la palla
e resistere alla tentazione del soccorso
mi imbianca il sopracciglio,
mi sforma la figura, matrona precoce
nelle mie lezioni di volo per te.

E poi son quindici quando ho fiducia nell’uomo,
nelle letture di saggi,
nelle creste iliache – ancora
non s’arrendono al tempo della sfioritura
e affiorano a vista, capriccio di fanciulla
sopra fianchi di donna fatta.

Non più di sette tra le tue braccia
quando mi dici la sera Sei mia:
io non lo sono, perciò amo
il tuo sogno di possesso
bambino
come le mie risa pulite.

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(S)pentimenti

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Avevo un vento per le mani,
rosso
– rosso e ocra, liscio –
era un vento di zucchero.

Avevi voglia di me, sapevi
disporre ogni incastro:
era il caldo della cera liquida,
un tempo fuso come il rame
– la porta era stata divelta
a morsi; lungo le sete dei petali
sepali dischiusi
celavano il bocciolo dell’amore.

E avevo per le mani lo scirocco,
il favonio ricadeva tra i miei seni:
dai capelli seminavi l’ora buona
avevi cura
la tua foga era il mio pane.

Poi si è perduto il ritmo
qualcuno ha scoperto il fuoco
non so più che farne
del vento,
s’è fatto freddo; in attesa
per te, resto sospesa – e forse invano,
tutta uno spiffero.

 

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