(S)pentimenti

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Avevo un vento per le mani,
rosso
– rosso e ocra, liscio –
era un vento di zucchero.

Avevi voglia di me, sapevi
disporre ogni incastro:
era il caldo della cera liquida,
un tempo fuso come il rame
– la porta era stata divelta
a morsi; lungo le sete dei petali
sepali dischiusi
celavano il bocciolo dell’amore.

E avevo per le mani lo scirocco,
il favonio ricadeva tra i miei seni:
dai capelli seminavi l’ora buona
avevi cura
la tua foga era il mio pane.

Poi si è perduto il ritmo
qualcuno ha scoperto il fuoco
non so più che farne
del vento,
s’è fatto freddo; in attesa
per te, resto sospesa – e forse invano,
tutta uno spiffero.

 

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Tra originalità e banalità

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Banalità e originalità: due opposti?
Questo mese con Sara di Blufiordaliso abbiamo provato a riflettere sul delicato equilibrio entro cui si muove un autore. Come vedrete, abbiamo declinato questo tema su sfumature diverse, ma convergenti.

Blufiordaliso

In quarta superiore la professoressa di lettere ci faceva scrivere le recensioni dei libri assegnati in lettura sotto forma di articoli di giornale.

Ci indicava una data di consegna e un numero di battute.

Noi dovevamo scrivere l’articolo, dargli un titolo, firmarlo e decidere anche in quale giornale ne immaginavamo la pubblicazione.

(Dopo molti anni mi ritrovo ogni giorno a scrivere di libri – anche se non per lavoro, ahimè – e questi esercizi mi sono stati utili.)

La settimana seguente ci restituiva i pezzi corretti, con il voto e delle annotazioni a margine. Terribili.

Strapparle un 8 era diventato miraggio e questione di princo allo stesso tempo: chissà perché ce la facevo sempre con gli articoli sui libri che mi erano piaciuti di meno.

Quelli dedicati ai romanzi che più avevo amato, invece, spesso avevano un 7 scritto in alto e, a margine, la nota “Banale”.

Praticamente, il 7 era dovuto alla corretta esposizione in italiano e all’aver rispettato numero di battute e scadenza.

Il contenuto, beh secondo lei lasciava a desiderare.

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Quel “banale” è rimasto impresso nella mia memoria, come scolpito sulla pietra, e ancora oggi, quando leggo o sento questo aggettivo, trasalisco. Non lo utilizzo mai quando scrivo, non giudico mai “banale” un libro, una persona, un gesto.

“Banale”, secondo Treccani, è qualcosa “privo di originalità o di particolare interesse, quindi comune, ovvio, scontato”.

La parola “banale” deriva dal francese “banal”, che originariamente significava “comune a tutto il villaggio”, come un mulino di uso comunitario in epoca feudale, ad esempio.

Ecco, dopo parecchi anni ho capito che l’originalità che cerco, la più difficile da catturare quando si scrive, è proprio la banalità.

Scrivere di vita comune, di ovvietà, di ciò che capita a tutti quotidianamente è difficilissimo e straordinario allo stesso tempo.

Perché raccontare cose comuni a tutti non rientra nell’idea di storia che abbiamo in testa, quella con i colpi di scena e i personaggi che vivono vite fantastiche e compiono gesti che noi non potremmo mai: raccontare la piccola vita ordinaria di ogni giorno dandole la forma di una storia (di fiction o autobiografica) è impegnativo, richiede meticolosità, pazienza e forza d’animo.

Ma i risultati, quando ci sono, superano di gran lunga quelli ottenuti inseguendo l’originalità a tutti i costi.

I miei due esempi letterari preferiti sono “Stoner” di John Williams (Fazi Editore) e “Il commesso” di Bernard Malamud (minimum fax Editore).

Ho scoperto entrambi grazie a Marco Missiroli, il mio maestro alla Scuola Holden.

Lì, durante quell’anno intenso e bellissimo, ho capito che la quotidianità e i dettagli della vita comune a tutti sono la mia banalità, la mia vera originalità.

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Ho capito che non dovevo più vergognarmi di quei “Banale” scritti in rosso su compiti che ancora conservo in un cassetto.

E ho capito che, ancora una volta, una parola può avere mille sfumature diverse, quelle sì, originali per ciascuno di noi.

Ritenzione lirica

Nel tema che ho lanciato questo mese, c’è un dilemma su cui mi arrovello spesso, soprattutto quando revisiono ciò che scrivo.
La mia paura più grande, come scrittrice, è proprio quella di essere banale. Se rileggendomi mentalmente ho l’impressione di aver scritto qualcosa che ho già letto da qualche parte, scarto subito senza esitazione.

Cerco di schivare le frasi già sentite, le metafore più abusate. Non perché le trovi poco efficaci: è che si sono già affermate nel linguaggio comune e il loro significato rischia di risultare più fragile. Del resto, anche come lettrice, resto sempre impressionata dalla forza di un’espressione nuova, di un paragone che non mi era mai venuto in mente. E cerco di riprodurre nella mia scrittura questo meccanismo: la meraviglia.

Il rischio del mio approccio è facilmente intuibile: è il barocco. Anzi, il rococò. La meraviglia fine a sé stessa, svuotata di significato. O, peggio ancora, l’autoreferenzialità. Se una metafora è chiara a me soltanto, se non sa parlare agli altri, trasmettendo qualcosa non dico di universale, ma almeno di intelligibile da chi non mi conosce personalmente…non è una poesia. La fatica è proprio questa: far emergere le parole giuste, rivelare un significato nascosto ma tangibile, visibile nella realtà fenomenica o emotiva, e farlo in una forma che sia comprensibile ma che non perda la capacità di meravigliare.

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Certi temi, nella mia esperienza, sono più scivolosi di altri.
Uno su tutti: l’amore. Quanti luoghi comuni, sul romanticismo! Difficilissimo battere strade inedite. C’è tutto un repertorio di immagini ormai ascritte al sentire comune, in qualche modo codificate come “romantiche” e inevitabilmente associate alla poesia. Ma sul serio un tramonto sul mare è più poetico delle sei di sera in una zona industriale?
Chi può dirlo. Nel quotidiano c’è tanta poesia, ed è proprio quella che in genere mi cattura: per quanto mi riguarda, infatti, amo condividere la meravigliosa complessità delle minuzie, tutte le sfaccettature della banalità.
Chiudo il mio sproloquio con una filastrocca.
Era dai tempi delle elementari che non ne scrivevo più, ma ci tenevo a lasciarvi con una nota di leggerezza, sperando di avervi trasmesso qualche spunto su cui riflettere.

FILASTROCCA DEL QUOTIDIANO

Non vi hanno rotto, le poesie d’amore?
D’anima e palpiti non siete stanchi?
Della passione che vibra nel cuore,
dei sospiri, del sole nei tuoi fianchi?

Delle lenzuola madide e sudate
dell’eco dei suoi passi, di quei fremiti
delle emozioni al mare ritrovate,
delle carezze e di tutti quei gemiti?

Diciamolo: un po’ c’hanno scassato,
le frasi fatte, i luoghi instagrammabili
lo scatto senza nulla di rubato
di corpi avvinti in pose immaginabili:

e se poesia fosse la lavatrice,
o, sullo schermo, un ticchettio di dita?
Il gesto quotidiano assai ci dice
della magia dell’essere qui, in vita.

Studio e formazione: un meraviglioso modo di ricominciare

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Io e Sara di Blufiordaliso siamo ritornate con il nostro appuntamento del terzo giovedì del mese, dopo una lunga pausa estiva (quest’anno più lunga, visto i miei impegni personali: mi sono sposata da poco e a seguire sono stata in viaggio di nozze in Argentina).
Questa volta è stata Sara a proporre un tema da trattare insieme. Ha pensato allo studio: l’autunno è o non è la stagione giusta per cominciare a studiare qualcosa di nuovo?
Allora lascio la parola a Sara per la prima parte di questo articolo e, a seguire, vi lascio qualche mia considerazione sull’importanza dello studio per la scrittura di poesie.

Blufiordaliso

Studiare per me è sempre stata un’attività piacevole, lo ammetto.

Ero una secchiona a scuola (ma di quelle buone, che lasciava copiare!) e allo studio ho sempre affiancato la lettura, mia grande passione che ora trova spazio anche su Blufiordaliso.

Non mi applicavo nello studio solo per avere dei bei voti: in parte c’era anche quello, ovvio, ma il desiderio era un altro, era quello di sapere. E questo desiderio non mi ha mai abbandonata.

Dopo le superiori ho cominciato subito a lavorare e da quel momento non ho mai smesso. Lavorare significa parecchie cose, alcune molto dolorose, altre decisamente più positive. Il lavoro mi permette di mantenermi da sola, ad esempio, e poter essere economicamente indipendente è una buona base su cui poggia anche la mia indipendenza di donna libera.

Lo stipendio mensile, costo di sacrifici e ore passate in ufficio, mi ha consentito di iscrivermi alla Scuola Holden e fare lì una parte importantissima della mia formazione.

Il corso di scrittura in questa prestigiosa scuola era uno dei miei sogni nel cassetto: lo bramavo da quando avevo diciassette anni e undici anni dopo l’ho potuto realizzare.

Ho pagato il corso tutto da sola e la cifra non era per nulla piccola, credetemi. Ma volevo farlo, lo dovevo a me stessa. Non si trattava soltanto di realizzare un sogno o di ripagare gli sforzi fatti risparmiando come una formichina. Era una questione di sapere.

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Sapevo che quella porta affacciata su piazza Borgo Dora poteva aprirmi il passaggio a un mondo meraviglioso, tutto nuovo, non semplice – certo, ma era la dimensione che volevo. La volevo con tutta me stessa perché ero certa che lì avrei imparato, capito. E così è stato.

Sono stati due anni impegnativi, di sabati e domeniche dedicati allo studio, alla scrittura e alla riscrittura. Di notti passate al pc o sveglia a rigirarmi nel letto, totalmente insicura sull’esercizio appena consegnato e che sapevo essere in lettura sotto gli occhi di scrittori importanti, conosciuti, bravi.

Studiare, però, è stato ancora una volta bellissimo e, concluso questo percorso, ero ancora più certa di avere davanti un migliaio almeno di testi non letti, di cose non studiate, di possibilità.

Finiti i tempi della scuola e non dovendo più studiare per obbligo, adesso posso concentrarmi su ciò che più mi piace e continuare ad approfondire i temi che mi interessano.

A inizio anno, ad esempio, ho partecipato a un percorso di studi in libroterapia umanistica.

Ho seguito le lezioni online – per me è stata la prima esperienza di questo tipo – e ho avuto la possibilità di confrontarmi con le altre corsiste, di tutta Italia, e con la nostra docente, Rachele Bindi.

Questo percorso è stato molto interessante: ho visto la lettura sotto un altro punto di vista, quello libroterapico, e ora non solo posso pensare di costruire io dei percorsi come referente e libroterapeuta, ma ho anche degli strumenti in più per il lavoro che faccio con i Gruppi di Lettura.

Ecco, i Gruppi di Lettura. Fino a qualche anno fa nessuno sapeva cosa fossero, o quasi. Ora spopolano un po’ dappertutto e molte persone si improvvisano coordinatori, senza sapere bene, in realtà, cosa significhi.

Questa è un’altra delle attività che io, senza studiare, non potrei mai fare. Forse per mia indole personale, per onestà o per una maggior sicurezza: non so dirvelo con esattezza.

So soltanto che per fare la referente di due Gruppi di Lettura ho dedicato e continuo a dedicare ore del mio tempo alla formazione, allo studio di testi che, ognuno con le proprie peculiarità, possono darmi degli elementi utili per la conduzione di un gruppo di questo tipo.

Per me è un piacere e posso affermare che sia fondamentale: studiare mi arricchisce dentro, dà quel pizzico di salinità alla vita che altrimenti non potrei mai avere.

Il motivo per cui desideravo così tanto dedicare un articolo allo studio e alla formazione è proprio questo. Conoscere, imparare, sapere allarga i confini. Ci fa spaziare con la mente in luoghi che nemmeno potevamo immaginare prima. E ci permette, mettendo in pratica ciò che si è imparato, di impattare meglio sul mondo in cui viviamo.

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Ritenzione lirica

IN CAMPAGNA

Un brontolare vago d’antifurto
buca un silenzio di campo
punteggiato di grilli, ronzii d’insetti, squilli
di tordi, merli ed altri uccelli
fuori catalogo per il mio sguardo urbano.
Un gheppio, forse. Fra i colli
un discorso abbaiato di cani.

E ho scarpe sgarbate
nel calpestare impolverato sui trifogli:
tra le vigne in secca rintocca la campana
il colpo grigio del mezzogiorno.

Ascolto.
E poi tre passi appena: è già mutato il canto. Tace
il cane, urla un contadino.
Ritrovo un’auto nell’eco lontano.

Cerco posto dentro un silenzio
ma non so leggerne le forme:
gli resto ben estranea
spettatrice.

Parto diretta, sperando si colga la differenza.
Sì, perché secondo me in questa poesia c’è una differenza, rispetto a quelle che ho scritto prima.
IN CAMPAGNA nasce come studio, nel mezzo di un weekend di formazione insieme ad altri appassionati di poesia, sotto la guida della docente Alessandra Racca. Mi sono regalata due giorni di poesia in un agriturismo piemontese, su segnalazione di un’amica poetessa. Ero molto curiosa di scoprire se e come fosse possibile approcciarsi alla poesia con metodo.
In effetti non è che abbia scoperto l’acqua calda.

A ben pensarci, la poesia è arrivata a me proprio grazie allo studio, alla scuola.
Ricordo ancora alcune delle poesie studiate a memoria alle elementari. La scoperta delle sillabe, dei versi, la possibilità di dare un ritmo musicale alle frasi.
Da bambina scrivevo poesie e filastrocche.
Devo aver smesso alle medie, in quell’età di mezzo in cui bisogna fingere di conoscere tutto della vita e non c’è spazio per la manifestazione pubblica di sentimenti imbarazzanti quali lo stupore e la meraviglia, caratteristici dell’infanzia e imprescindibilmente legati alla poesia.
Durante le superiori ho scritto racconti, post sui blog dell’epoca.
Anche poesie, ma le chiamavo cose. Erano versi sparpagliati e stavano scritti dietro ai bloc notes su cui prendevo appunti. Di nuovo, la poesia si prendeva il suo spazio nell’inconsapevolezza, affiancandosi allo studio.

Dietro agli appunti di letteratura italiana, i miei versi giovanili così vaghi e confusi affioravano per caso, tra un intervallo e una distrazione per noia.
Io credo che la poesia abbia molto bisogno di nutrimento. Esiste, aleggia sulla realtà, è uno stupore di fronte alla bellezza casuale della realtà fenomenica: ma senza una dose di lettura e di analisi del testo è difficile disporre degli strumenti necessari per raccoglierla.

Forse ancor più che per altre forme letterarie, la poesia è interconnessa alle nostre letture.
E alla profondità con cui le affrontiamo.
Un poeta ci parla non soltanto tramite le tematiche scelte, tramite le parole adoperate per panneggiare un concetto attorno al nostro sguardo, ma anche con suoni, con figure retoriche precise.
Le scelte che faccio come poetessa sono prevalentemente istintive, ma traggono origine soprattutto dalla mia formazione letteraria, che mi ha dotata di una serie di lenti con cui osservare la realtà.

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Al liceo ho avuto la fortuna di studiare molta poesia.
Italiana, inglese. Latina. Greca.
Quei ritmi e quei registri linguistici mi sono rimasti dentro e oggi, a distanza di una buona dozzina d’anni, nel mio uso della parola emergono da soli. Io non scelgo quasi mai cosa scrivere. Non so se sarà una cosa breve o lunga, se mi servirà uno schema metrico rigido (un sonetto, un haiku) oppure se sarà un verso libero, se e come userò rime, allitterazioni, assonanze, se prediligerò la metafora o la litote.
Questi artifici si combinano da soli nel mio pensiero e io li verbalizzo.
Non nascono spontanei: sono figli di tutte quelle ore di letteratura al liceo.

Da quando ho ripreso a scrivere poesie con consapevolezza, mi sono rimessa a studiare.
Leggere poesia è molto più importante che scriverne, per un poeta.
Io cerco di pescare di qua e di là, avventurandomi nella poesia più vicina al mio sentire ma anche dando spazio ad autori distanti dalla mia sensibilità. Privilegio la poesia italiana perché nasce nella mia lingua, ma reputo molto importante anche la lettura di autori stranieri, contemporanei e no.

Se dovessi descrivere il lavoro di preparazione della mia poesia, parlerei di questo lavoro.
Delle mie letture.
Di quanto impatto hanno sul mio verso, che se leggo poca poesia si svuota di forza e non tintinna più argentino come un torrente, ma si perde in un gorgo sterile ripiegandomi su me stessa.
Recentemente ho frequentato un seminario di poesia. La docente ci ha proposto moltissime letture e alcuni esercizi pratici di composizione. Per me scrivere con un mandato è stato difficile: di solito lascio che siano le parole a trovare me, non le cerco apposta per uno scopo preciso.
Eppure sono tornata rivitalizzata da questi due giorni in campagna con altri poeti. Riflettere con consapevolezza sul mio uso della parola è stato molto utile e, ancora una volta, la lettura e lo studio si sono rivelati un prezioso strumento di affinamento della mia capacità espressiva.

Ho deciso di condividere con voi solo una di queste esercitazioni.
Dopo aver letto quattro poesie nelle quali l’autore ha esplorato un paesaggio secondo la propria sensibilità, la docente ha chiesto a noi partecipanti di addentrarci nello spazio circostante il cascinale in cui ci trovavamo, provando a costruire una poesia che restituisse la nostra esperienza del paesaggio.
Io ho scritto la poesia IN CAMPAGNA, che avete già trovato pubblicata sul mio profilo.
È una poesia diversa dal mio solito stile, se un po’ siete abituati a leggermi ve ne sarete accorti subito.
Nel costruirla ho cercato di essere il più essenziale possibile, aderendo con fedeltà alla mia percezione di quel borgo sperduto nella campagna piemontese senza inutili sbavature.

Potreste aver percepito qualcosa di nuovo nella mia scrittura, perché in quei due giorni ho letto molta poesia, di autori noti e meno noti. Ho assorbito molto da poeti che non conoscevo, mi sono soffermata ad ascoltare e a sviscerare composizioni molto varie per forma e contenuto. E ho inevitabilmente allargato il mio spettro espressivo, uscendo dal terreno del consueto per avventurarmi in ambiti nuovi.
Lo studio è vitale perché ci permette di arricchirci: senza introdurre nuovi stimoli, il rischio per ogni scrittore è quello di inaridirsi e avvilupparsi nei propri labirinti interiori, fino a perdere di vista la luce e a seccare.
Voglio quindi chiudere questo articolo un po’ troppo lungo con un augurio: che possiate tenere sempre una porta aperta sulla realtà esterna, studiando qualcosa di nuovo per lasciarvi contaminare.

 

Primo maggio di cervelli in fuga e cuori in dispersione

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Non sa smettere di piovere;
il vento fischia presagi mascherati da promesse
raccoglie i profumi del cibo
stipato nei bagagli
percorre piste blu Ryanair:
per lavorare,
lontano dalla terra.

Ricercare le colpe
un esercizio sterile
come il campo abbandonato
come un quartiere disabitato
come una messa senza bambini
la morte di un mercato.
Siamo dispersi:
non tornano i tempi
si afferrano gli attimi.

Cercare lavoro
spesso
è trovarsi nuovi
tra volti stranieri crearsi daccapo.
Senza lavoro la città muore
diventa vecchia
avvizziscono i fiori
le strade sono preda dei ladri
i vecchi si isolano nelle loro case.
Senza lavoro nasce un deserto
un paesino si estingue
diventa folclore e turismo.
Il lavoro ci fa emigranti
fa salire gli affitti
uniforma le capitali
crea poli uguali ai capi del mondo.

Mi siedo sui gradini di una chiesa nascosta.
Son ripartiti: domani al lavoro
oggi sono in volo
con gli occhi pieni di ulivi
le lacrime piene di sale.

Primo maggio di cervelli in fuga
di cuori in dispersione:
il lavoro plasma la terra
cosa vuoi coltivare
cosa hai seminato?

Questo è il mio sorriso

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I miei tempi di recupero
dal profumo integrale
lusso biscottato sulla punta della guaina
che cinge un guaio – ciascuno
indistintamente
cronico o accidentale
nel suo involucro non riciclabile

ma io faccio la differenziata
e credo nel libero arbitrio:
del destino, me ne fotto –

al novatreesimo minuto oso
oltre il fiato, un riposo:
e dai miei scarti so recuperare
un balsamo per labbra di luce.

Haiku del risveglio

Raggio di sole:
la notte è passata
sul mio cuscino.

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Questo dipinto di Davide Cascone è un’emozione.
Mi ha catturata subito. Gliel’ho detto e, solo a quel punto, lui mi ha svelato di averlo realizzato ispirato dal mio HAIKU DEL RISVEGLIO.
L’arte è questo: scambio, condivisione. Corrispondenza nel sentire, tra due perfetti estranei, legati solo da contatti in comune sui social. Intimità di un’emozione senza nome, per la quale non esiste una parola.
Sì, la sente anche lui, questa cosa. Nel suo sguardo è fatta così.