Rimettersi al mondo

Scrivere è sempre stato importante, per me, più che parlare.
Filastrocche, quando ero bambina.
Molti appunti da studente, racconti.
Articoli.

E poi ci sono i miei vomiti.
Non ho mai pensato di scrivere poesie, non riesco a definire “poesia” quello che scrivo qui.
Funziona così: la parola si fa strada nella mia testa, piano piano, fino ad occuparla tutta. A volte è un pensiero, una chiave di lettura sulla vita che mi appare, come un’epifania, mentre sto facendo tutt’altro.
In altri casi è un paesaggio, un posto nel quale finisco per caso: lì trovo le parole, parole che non conoscevo prima e che, pure, mi aspettavano da sempre.
Infine in certi casi mi succede di avere sentimenti da metabolizzare, fermi da anni o minuti sulla bocca dello stomaco.

La parola si prende il suo spazio, dicevo.
Ed è ancora informe, ho dentro come una nuvola, intuita ma mai interamente compresa.
Poi trovo la musica. Non sono io a sceglierla, quando arriva lo sento. Ed è lì che la parola prende forma: devo fermarmi, scrivere, lasciarla fluire libera.
Metto in loop la mia chiave e mi prendo il tempo per vomitarmi.
La parola sgorga naturalmente fuori dal mio petto contratto, dal mio stomaco che traboccava di sensazione, come un vomito incontrollabile che può solo uscire e liberarmi.
Può essere doloroso, ma non lo è quasi mai. E’ magico, mi sgrana gli sguardi.
E’ un po’ come se quella parola fosse stata dentro di me, trattenuta dal mio corpo: una specie di ritenzione lirica, lì, sulle ginocchia, a segarmi il passo. Si può formare nel tempo oppure tutto a un tratto, in un giorno di particolare calore.
La canzone giusta è come un diuretico, quell’acqua ristagnata diventa una parola nitida e prende vita autonoma, esce fuori di me.

Fino a poco tempo fa non li rileggevo quasi mai, i miei “vomiti”.
Non ne avevo cognizione o giudizio: sono vomiti in quanto brutti o schifosi, ma per come nascono, un flusso nello stomaco che deve uscirmi dalla bocca.
E poi, una volta usciti, non mi servono più, la parola ha preso forma e io sono consapevole, un passo avanti nel lungo percorso di conoscenza di me stessa.

Senza lettori, però, la mia parola non esiste. Ho sempre avuto bisogno di scriverla su piattaforme, su Facebook, ad esempio. Se nessun altro la vede, è come se non fosse mai esistita.
Col tempo i lettori si sono fatti tanti. Molti li conosco appena.
Diverse persone hanno preso l’abitudine di raccontarmi cosa provano leggendo le mie parole. Ho scoperto che certe emozioni non le provo solo che le vomito, ma anche chi le legge.
Ho preso a rileggerle anch’io, trovando significati nascosti. Ho scoperto il potere di questa ritenzione lirica, ho imparato ad amarla e a non vergognarmene.

Così è nato questo blog.
Per lasciare alla parola tutto lo spazio che lei mi chiede.