La mia immaginazione

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Ho fatto questo sogno
e gli uomini erano alberi
e gli alberi erano amache
per le tristezze: le ho lasciate andare.
I sorrisi si stiravano come dopo l’inverno
alla fine del letargo – ogni cosa era oro e rosso

rosso nelle pieghe delle palpebre mobili
rosso sui miei polsi vagabondi
e rosso sui ciuffi d’erba scoperti dal sole;
rosso nelle vene del fiume
e nel verde tramonto di cartapesta.

Ho fatto questo sogno
e il tuo cuore sapeva di cioccolata;

e c’erano semi di parole nel caffè
e lampi di rigore tra i girotondi e le danze.
Il mio gineceo splendeva ebbro e si stagliava contro il vetro
nudo nella sua bellezza
adorno di caprifogli

tu non riconoscevi il sapore delle mie tempie
e non avevi denti per aggrapparti alla mia bocca;
una sera fredda danzava turchese
dietro alla tenda delle nostre risate
e non c’era altro da aggiungere
che non fossero lucciole e brividi.

Ho fatto questo sogno e mi ha svegliata la consapevolezza
della futilità del vento:
anche a scostarli i capelli ricadranno sulla mia piccola fronte, eterni;
anche a spazzarle, le paure sono nuvole erranti in cerca di casa,
uccelli migranti tra le due sponde del mio cielo.

E potresti ricalcare i tuoi stessi passi, non saresti il primo.
Avanti, verrò ad aprire.
Non hai di che agitarti. Ho fatto un sogno
e mi ha svegliata la consapevolezza
della grandiosità del vento
della meraviglia del tempo
che fa piovere le morse del cuore.

Piove nel fegato ed è di nuovo mascara
piove dal cuore della notte sulle espressioni del giorno
piove e sono le mie stesse ansie
disciolte, le mie stesse nervosi,
trasfigurate fino a nutrirmi.
La pelle non si mischia alle cose,
mi mantiene divisa, non ti inganni
la grana fine del bianco
il pulsare del sangue.
Da questo seno hai bevuto abbastanza.

Il coraggio germoglia dai miei molti solchi
nella terra innaffiata dal sonno.
Ho fatto questo sogno e so bene che risponderti:
– Niente.

Prima classe

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Il prosecco sul Frecciarossa
di certo è un farmaco da banco

da servire senza ricetta
a semplice richiesta;
Il suo prosecco, signorina.

All’andata posso ancora permettermi la seconda classe,
ravvivare aspettative spettinate
con un gesto, scostando i capelli;

potrei sbagliare
ridendo, uno scatto, potrei riaccendere l’accendino del tuo tono di voce,

ancora in qualcosa sarai misterioso,
ben nota la forma che hai
nel pensiero.

Al ritorno c’è un cambio, a Milano:
vecchiaia mi coglie sul trucco squagliato
dalle ragioni, dai silenzi, dalle cose che non hanno guadagnato mai
il diritto ad essere.

La prego, un prosecco, non sento più il petto.
Freccia che scappi più svelta del lampo
concedi un ritardo, il tempo di un Merda.

Senza sforzo alcuno

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I fiori sbocciano senza chiedersi come si faccia:
tu, che hai cuore umano, vali forse meno di una margherita?

Le rondini si affidano al vento
senza conoscere nulla delle leggi fisiche che regolano il volo:
perché dovresti conoscere le regole del gioco, per poter giocare?

L’anima della candela brucia,
si nutre della cera democraticamente,
la consuma godendola tutta quanta fino a spegnersi nel suo stesso fuoco.
Credi forse che la ricchezza della vita possa darti meno nutrimento?

Prova a sradicarlo, è come la menta:
ricrescerà senza che tu debba curartene affatto,
tornerà a infestare il tuo cuore con il suo profumo.
L’amore non è fatica, l’amore non è un merito, l’amore è un dono.

Non esattamente

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Puoi entrare; entra.
Versa il caffè nella mia coppa, non è il mio vino di spezie ma è caldo.
Non c’è nessuno, qui.
Son rimasta vuota: mi troverai calma ad accoglierti
dietro la porta
come se fossi atteso.

Sei spontaneo.
Per oggi mi basta
questa intimità, più importante adesso che si è rotto il cielo.

Non ci sono enigmi da risolvere,
in questi occhi nessuna metafora da decifrare,
fammi del bene e ti darò quel che posso.

Domani richiamerai per sapere cosa senti,
sarai forte abbastanza
da reggere il suono dei tuoi sentimenti
raccontati
nei confini esatti della mia voce e del tempo.
Non mi costringerai a mentire.

E poi sarò tua madre, che ci piaccia o no,
carezza benevola i miei occhi
mentre ti spiegherò a che altezza voltare a destra,
quando prendere le distanze da questo incrocio.

Mi hai conosciuta diamantina, impazzita, luccicante,
come Syd Barrett: il tempo m’ha fatta perla

tonda, liscia, fresca, giusta.
In pace con la strada; avanti, camminare.
Potrebbe significare qualcosa. Oppure no.

La sera prima

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Sei sempre stato rosso
mentre ti amavo di rabbia
dentro ai miei silenzi al finestrino,
sui davanzali delle vie del centro

rosso di sete di giustizia
e anche inquieto, storto
incapace di trovar pace nella scatola dei ricordi

velo di veleno
rosso

sulle tettoie di lamiera dei miei sospiri stesi
asciutti inondati di pieghe;
non ti so stirare.

Astenersi dalla costa raggiante fu una cautela indispensabile
transenne di tempo, distanza e saggezza
furono il tuo complemento
ed il solo arredo del mio esofago.

Ho paura del blu
del turchino frinire del sole salato,
d’aver tutto sbagliato
di scoprir che sei tu.

 

Canzone del fuoco e delle polveri

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Briciole oniriche dalla consistenza lieve
in esplosione, quali pigmenti traslucidi:
fuochi d’artificio ridotti al fiorire di rossori
soffocano invisibili sotto al velo della pelle
in questi zigomi morbidi;

e tu sei il sale azzurro negli intervalli delle dita
e il plumbeo mal di stomaco che sfuma all’arancione
incostante tepore di focolare abbandonato.

Io sono la legna, e anche la cenere:
a manciate, vaganti e lievi accenni di nuvola
disperse lungo rotte insanguinate profumate come gigli,
e mucchi di sorrisi passati, a montagnole,
educatamente impilati in attesa di chi sappia che farsene.

Io sono la cenere, sono anche la legna che arde furiosa,
benzina di bile mutata in ambra con un gioco di prestigio,
legna fresca pulsante nei miei sussulti flebili,
legna ardente di futuri caldi
come quel fuoco – anelato, fisso nel mio guardare come un marchio –
io sono legna e brucio, ancora.

Verrà un tempo di tiepidi raccolti
di molli composizioni floreali adagiate nelle mie chiome felici
e saprai di me poiché sarò nella tua cenere
e ogni sole e ogni luna baceranno queste tempie di luce leggera.

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Nel camino sono cenere e legna insieme,
e pure la fiamma ribelle, nuda tra i giochi del fato,
sono io,
tremula eppure eretta, dritta a suo modo,
io con i miei passi incespicanti e le mie molte storte,
io impaziente sui miei tacchi senza grazia,
io sono questa fiamma
che saprà bruciare la propria cenere
e ardere di legna nuova.

Non il vento del tuo cuore sordo e incostante,
non il sapore del fiele nascosto nel tuo latte inacidito,
non l’invidia per la tua sorte di cuscini e seni abbondanti a cui attingere al primo gemito;
nulla scalfisca il mio crepitare
vitale, caldo,
come il fuoco sia puro ogni singolo No, ogni minimo accenno del capo.

Verrà un tempo di tiepidi raccolti
di molli composizioni floreali adagiate nelle mie chiome felici
e saprai di me poiché sarò nella tua cenere
e ogni sole e ogni luna baceranno queste tempie di luce leggera.

Leggi tra le righe

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In un angolo sotto il tappeto
dentro il salotto della nostra casa a Brooklyn

ci sono mucchietti di polvere dorata.

Ho sfilato le pantofole per donarmi scalza
a questo pavimento fresco
stupore
al mio tocco esitante.

E adesso il prezzo della comunione, prego
nei resti delle mie vecchie pelli dimenticate
sfilate via come fossi un boa
– squame o piume delle donne che fui
nelle quali non sei potuto entrare.

Salirò sul davanzale grande
un giorno di questi
verso le sei;
e soltanto guardare il giardino
mi metterà in pace con le memorie scoperte.