Cose che ci saremmo dette adesso

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Ogni ferita ne guarisce un’altra.
Più il colpo è forte e la lama è profonda,
più è facile 
dimenticare
quella che l’ha preceduta.

Cercami nelle cicatrici, contale tutte:
me le sono procurata amando
intensamente,
sono fiera
di ciascuna di esse.

Indovina le rughe che un giorno avrà il mio viso.
Sto costruendo con passione, senza creme antiage.
Vecchia potrò
ricordare,
rifletterà tutto lo specchio del mio sguardo.

L’amore è un dono, non un merito:
non ci appartiene.
Solo possiamo respirarlo, e
rendere grazie
d’esser capaci di sentimenti.

Le mie pupille siano una lode perpetua.
Saranno tentate e le guarderai cedere,
eppure ogni volta
sapranno
ritrovare la strada di casa.

Ricordami da dentro il sangue
che cosa significa
ridere i giorni.
Dormirà un sonno leggero e profumato di lenzuola pulite
dormirà nelle ore migliori, al mattino presto
prima dell’alba;
io guarderò la luce filtrare in mezzo alle tapparelle
promettermi un odore nuovo.

Albergo di ricordi pronto a ospitare nuovi sguardi,
questo cuore giallo pompa calore fin sotto le unghie.
La mia pelle è uno straccio da buttare in un angolo
insieme ai gemiti
ai desideri
a tutti i futuri inceneriti.

Venti diversi che lottano tra le mie costole
e venti euro per i miei sogni
come una puttana qualsiasi:
spara, trasformerò ogni proiettile in un fiore.

Non un solo neo parlerà più di questa rabbia
neanche uno,
sarò una distesa di gioia
su cui soltanto
il vento poggerà le dita.

Le cicatrici di tutti gli sbagli saranno il mio solo vestito
e le mani che vorranno spogliarmi
non troveranno cuciture o cerniere.
Sono nuda.
La mia armatura è fatta di sorrisi,
ogni volta che è scalfita si sa ricostruire.

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Vita al vento

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E se mi prendessi la libertà
di lasciarvi liberi
di andare in frantumi 
e affidassi al vento il compito
di raccogliere i pezzetti

e cercassi di tenermi io
intera tutta insieme
– se davvero non ci fosse mediazione
a telefoni spenti, nella quiete di cortili ombrosi,
stesa su muri di mattone
cercherei il respiro tra gli zigomi chiusi
e non saprei più
da che attingere l’acqua.

C’è una sorgente in fondo al cuore
da cui lascio esplodere
cascate di risa.
Svuotata, di vita
mi faccio avvolgere:
l’empatia spegne in fretta il furore.

Riemergo me stessa
alla luce del sole
disperdo scintille
sguardi sorrisi nel vento.

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Cristallo di rabbia

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Se non trovassi mai la piena forma
della mia rabbia atavica più pura
e a queste occhiaie fossi destinata 
per sempre, a questa furia cieca,

mi rimetterei in cammino
verrei a cercare il tuo fiato
e ti pregherei in silenzio
con un solo sguardo: libera

il mio passo dal tuo ricordo di piombo,
sciogli il veto della tua nostalgia,
ricordami perché non ho distrutto
il tuo nome maledetto, la mia memoria.

Altri scontano la colpa di noi due,
la mia furia è un fiume acido, sferza
gli argini, corrode braccia innocenti
senza raggiungerti mai. Ti ho perdonato.

Troverò un giorno parola di cera
per bruciare la rabbia e il dolore
saprò perdonarmi la debolezza
di dover essere fragile per essere forte.

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Potrai dimenticarmi

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Leggerai di me
nel soffio di gatto randagio
capace di addomesticarsi
e volutamente riottoso
al giogo degli stand up meeting
in casa del padrone del tempo.

Scritta su un libro
può darsi tu possa trovarmi
un giorno – non saprà vendersi
la mia parola di occhiate oblique,
priva di tormentati gemiti
insensibile alla posa drammatica,
parola di gricia e di risa sguaiate
ostile ai languori,
dai languorini appagati.

Sarà parola per incartar tulipani,
per riempire buchi nel muro,
pagina perfetta per quel tavolo traballante
nell’ufficio dei cantastorie per caso.

Leggerai di me
ridendo tra i baffi
sui miei versi macchiati di cenere
dal caldarrostaio: eppure

il male che t’han fatto i miei chiodi, pixel dopo pixel, non l’avrai scordato ancora; nessuna strada verso la spazzatura risparmierà una visita al tuo stomaco stretto di ignaro passante,

colmo d’ignavia al colmo della felicità.
La parola è eterna, come il tormento del mio perdono.

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L’importanza dei preliminari

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Da dove comincia l’amore?
Prima del tuo ingresso nelle mie profondità più sacre
e prima ancora delle distese di lenzuola su cui adagio
il peso dei miei gemiti,
mentre cola il balsamo delle tue pupille nere.

L’amore inizia nella caverna delle idee,
sangue rappreso su roccia
dopo una caccia di attese, sguardi;
forse neppure. Non incomincia
tra citazioni e confidenze
nella pozza di segrete ironie.

Prima ancora del tuo occhio, maglia attillata
e del mio riso generoso ad un uomo che conosco appena
veletta di trascuratezza calcolata al secondo
per esser certa tu mi bevessi alla goccia:

a far l’amore cominciasti tu primo
sussurrando il mio nome a labbra dischiuse
nel grembo di tua madre
prima di conoscerlo.
Mi misi a far l’amore col tuo profumo
vestito di pane e pioggia
senza nuvole in un autunno pieno.

Cominci da lì: chiave della mia porta spalancata
entro cui entri
soltanto
disarmato, spoglio
esposto al silenzio caldo della creazione.

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