Ti sono arrivate?

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La ragione della mia collera
è sempre una concausa:
brucio pura entro ciascuna vampa,
insensibile
al richiamo della ragione.
È il mio sangue
che scorre via; mi sto creando
ancora, fertile.

Io sono il suolo del mio tempo
dissodato ogni luna
– io, rivoltata zolla a zolla:
frantumata dal ciclico
ritorno a galla
della donna che fui.
Riemergo intera, intessuta di trascorsi
dei miei giorni perduti

sono il rastrello del crampo
e pure la terra del campo
aperta spalancata
al respiro dell’aria
vita.

Non sei un follower, sei un lettore

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Non seguirmi,
precedimi:
solleva il velo di nebbia
che avvolge intera un’intuizione.
Non seguirmi:
guidami
lungo la strada,
mostrami una città nuova
tra quelle a me invisibili,
svelami.
Non seguirmi:
contestami
piuttosto, dimmi che ho torto,
porta le prove della fallacia del mio discorso
indica i miei limiti.
Non seguirmi.
Falsificami.
Smentiscimi.
Donami un progresso,
tu sei la mia occasione:
ché non ho certo gli occhi
dietro la schiena.

Vita al vento

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E se mi prendessi la libertà
di lasciarvi liberi
di andare in frantumi 
e affidassi al vento il compito
di raccogliere i pezzetti

e cercassi di tenermi io
intera tutta insieme
– se davvero non ci fosse mediazione
a telefoni spenti, nella quiete di cortili ombrosi,
stesa su muri di mattone
cercherei il respiro tra gli zigomi chiusi
e non saprei più
da che attingere l’acqua.

C’è una sorgente in fondo al cuore
da cui lascio esplodere
cascate di risa.
Svuotata, di vita
mi faccio avvolgere:
l’empatia spegne in fretta il furore.

Riemergo me stessa
alla luce del sole
disperdo scintille
sguardi sorrisi nel vento.

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Potrai dimenticarmi

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Leggerai di me
nel soffio di gatto randagio
capace di addomesticarsi
e volutamente riottoso
al giogo degli stand up meeting
in casa del padrone del tempo.

Scritta su un libro
può darsi tu possa trovarmi
un giorno – non saprà vendersi
la mia parola di occhiate oblique,
priva di tormentati gemiti
insensibile alla posa drammatica,
parola di gricia e di risa sguaiate
ostile ai languori,
dai languorini appagati.

Sarà parola per incartar tulipani,
per riempire buchi nel muro,
pagina perfetta per quel tavolo traballante
nell’ufficio dei cantastorie per caso.

Leggerai di me
ridendo tra i baffi
sui miei versi macchiati di cenere
dal caldarrostaio: eppure

il male che t’han fatto i miei chiodi, pixel dopo pixel, non l’avrai scordato ancora; nessuna strada verso la spazzatura risparmierà una visita al tuo stomaco stretto di ignaro passante,

colmo d’ignavia al colmo della felicità.
La parola è eterna, come il tormento del mio perdono.

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Cosa ne pensi di quel libro

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La strategia di chi non calza ai piedi
le mie stesse scarpe, di chi non combatte
la mia stessa battaglia, la sua falange

apparecchiata leziosa per il tè
– scelta a caso o con studio
per vincere la guerra di quel giorno,
per raccontarsi un’epica in divenire,
per rigirare la lama delle viscere
verso l’esterno, all’attacco,

o, più semplicemente, disposta
per tirare a campare, ancora
quel poco – non è affar mio.

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E’ solo un trucco?

Rieccoci di nuovo insieme a Sara di Blufiordaliso: anche questo mese vogliamo provare insieme ad esplorare un tema che ci offra spunti di riflessione o ispirazione.
Stavolta abbiamo pensato al trucco.

Un argomento su cui spesso troverete spunti, su Ritenzione lirica; quanto a Blufiodaliso, un blog dedicato alle sfumature delle storie non può che trovarsi a suo agio tra pennelli e colori. Partiamo, dai!

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RITENZIONE LIRICA

Sono sempre stata profondamente affascinata dal trucco, dal suo potere di plasmare la realtà.

Ho iniziato a truccarmi molto presto: avevo circa 13 anni.

Le prime incursioni nella trousse di mia madre servivano soprattutto a farmi sentire donna. Prendevo il viso di una bambina, le sopracciglia ancora indisciplinate, le guance paffute, liscissime. E con un po’ di mascara e un sacco di ombretti provavo a trasformarlo in un viso di donna.

A volte alzavo gli zigomi, cercando di sfinare un faccino tondo. Altre volte creavo improbabili sfumature sulle palpebre, che, come tele, si prestavano a trasformarmi nella regina delle nevi, in una cantante hip hop, in una specie di dea del fuoco.

Era un gioco.

Crescendo ho imparato a truccarmi per interpretare un personaggio. Davanti allo specchio scelgo ogni mattina quale parte di me stessa far emergere, che donna voglio essere. Più calda, più fredda, più matura, più fresca. Più naturale. Più sofisticata. Pin up. Hippie.

È un esercizio di interpretazione.

Truccarmi è indossare un’armatura. Spesso non ho voglia di lasciare a chiunque la possibilità di vedere l’espressione facciale dei miei pensieri. Non tutti possono guardarmi nuda nelle mie debolezze, nelle mie piccole felicità segrete, nelle mie paure.

Il trucco è un filtro, un modo per controllare l’aspetto esteriore del mio sentire, per provare a decidere io che forma avrà oggi il mio sguardo, il mio viso, il mio silenzio, il mio modo di attendere l’autobus.

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Dopo ben sedici anni di make up ho provato a stilare un piccolo prontuario di istruzioni per un trucco consapevole, che se vi truccate vi farà sorridere, se non vi truccate magari vi farà capire un pochino di più cosa sia per noi quel filo di matita.

PER UN TRUCCO CONSAPEVOLE

Uno: scegli bene il mascara. È lo scudo dello sguardo. Col mascara giusto sarai in grado di filtrare il mondo, di decidere tu che cosa vuoi vedere nelle strade, nelle parole, nei gesti. Tutto ciò che vedi passa attraverso il ventaglio delle tue ciglia: sei tu ad avere il controllo di quel che fai entrare.

Due: il trucco si sbava. Mentre fai l’amore, quando piangi. Durante una corsa e per le risate. Anche solo per l’aria fredda del mattino: quel breve tragitto dalla metro al lavoro è abbastanza per far colare tutta la matita sulla rima interna, dandoti quell’aspetto a metà tra la punkettona e la tossicodipendente. Dei rossetti non ne parliamo: hai presente come ti ritrovi le labbra, dopo un caffè e una brioche?

Un bel chissenefrega. Se alla sera hai ancora il trucco intatto, forse significa che non hai vissuto abbastanza, per oggi. Lasciati stropicciare dalla vita, lasciati sbavare il mascara, lascia che il gloss strabordi fuori dagli angoli delle tue labbra. Lascia che il mondo veda che ti piace vivere, portati sul viso tutta la tua giornata.

E alla fine, se serve, riconduci al suo posto tutto il tuo sentire, col semplice, banale gesto di ritoccarti il trucco.

Tre: più mascara. Nella vita, alla fin fine, è tutta una questione di interpretazione; scoprirai che il mascara giusto plasma il tuo sguardo nella direzione che vuoi tu, permettendoti di vestire i panni della donna che vuoi essere oggi. Scegli tu a quale versione di te vuoi dare spazio, e disegnale lo sguardo come meglio credi. Segnala con la matita se ti occorre quel piglio deciso che oggi proprio non vedi allo specchio; un filo di eyeliner se vuoi liberare la seduttrice; se hai lo sguardo dritto e vibrante, tienilo libero, non aggiungere niente. Un buon mascara basta a sé stesso.

Quattro: gli ombretti vanno sfumati bene. Mentre scegli i colori, non pensare solo a come sei vestita. Lasciati emergere fuori quello che hai dentro.

Troverai tante sfumature diverse. Lo scazzo perché è lunedì, quel fantastico jeans ormai stretto che hai deciso di pensionare. Il grigio fuori dalla finestra. Ma anche la frenesia di incastrare tutti gli impegni di oggi. Quando lui ti ha afferrato la schiena come piace a te, baciandoti prima di uscire.

Lascia che i colori del tuo umore si fondano fra loro.

Quelli brillanti, nell’angolo dell’occhio. I toni scuri appoggiali sulla piega della palpebra: ci vuole un tocco di oscurità, per rendere magnetico uno sguardo. Le tonalità che più ti caratterizzano vanno messe lungo tutta la palpebra mobile: se te la senti, tira fuori un punto luce al centro, un tocco di ombretto dorato o argentato. Non deve essere per forza di oggi: può essere un ricordo felice, un bacio che ti è rimasto nei sospiri.

Completa con un tocco di eyeliner: ma solo se sei confusa e temi che il tuo sguardo possa perdersi tra tutti colori del tuo cuore. Altrimenti sei perfetta così, con le tue contraddizioni che sfumano una nell’altra.

Infine: per chiedere un aumento, vai completamente struccata. Mostrati nuda, fiera delle tue debolezze. Disarma il tuo interlocutore con le tue occhiaie accennate, con le tue labbra senza sangue. Sii fiera dei tuoi lineamenti, delle tue rughe e dei tuoi sfoghi cutanei.
La sicurezza con cui porti il tuo viso libero in giro per strada verrà a galla prepotente e ti farà brillare di una bellezza tua, inimitabile.
Ma se è qualcosa di davvero importante, non esitare: per prima cosa metti su un bel rossetto.

BLU FIORDALISO

Truccarsi è un verbo riflessivo che lascia, ancora oggi, molto spazio ai tabù, ai preconcetti, ai giudizi. Si truccano le attrici prima di salire sul palco: il cerone nasconde ogni imperfezione; il trucco modifica addirittura alcuni tratti del viso, del corpo.

Rende le persone perfette. Fisicamente perfette per interpretare la parte a loro assegnata.

Il trucco crea una maschera, ma non pensiamo alla cipria Luigi XIV e ai nei di Madame de Pompadour. Il trucco c’è ma non si vede: il make up di oggi nasconde senza farsi vedere ed è tutto un invisible. E proprio perché non si vede compie i miracoli, rendendoci il più perfetti possibile.

Ma questo è il trucco dei pochi, riservato alle persone dello spettacolo, alle passerelle, alle fashion blogger e realizzato da chi trucca di professione, i make up artist, che noi, donne comuni, invidiamo da morire cercando di abbozzare con il nostro make up home made 2.0, evolutosi grazie ai tutorial di Clio.

Qual è il vero ruolo del trucco nella vita di tutti i giorni? È indispensabile o soltanto necessario?

Lo consideriamo ancora un vanto per poche? Oppure il simbolo della frivolezza?

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Le donne che la mattina escono di casa senza nemmeno un velo di bb cream sono poche, soprattutto nella fascia 14-55 anni.

Queste magiche pomate hanno rivoluzionato la nostra cosmesi di donne normali, diciamocelo.

Scalzate basi, polveri e spugnette grondanti fard, ora bastano un paio di minuti per uniformare la pelle del viso e nascondere le imperfezioni.

Santità subito, dunque, per gli inventori della bb cream, formulata per la prima volta in Germania negli anni ‘60.

Sistemato il viso, rimane soltanto il 90% del corpo a cui pensare.

E allora largo a smalti, creme idratanti e impacchi per capelli. Anche in questi casi con straordinarie rivoluzioni più o meno alla portata di tutte.

Basta volerlo.

Già, perché talvolta non si ha per niente voglia di truccarsi o di passare un’ora e mezza in compagnia dell’estetista per il semipermanente.

Rivendichiamo il nostro diritto di essere e apparire al naturale, ogni tanto.

Siamo un corpo in evoluzione, così come (si spera) sono perennemente in evoluzione i pensieri.

Il nostro viso può essere segnato dalle occhiaie, quando dormiamo poco. La pelle delle nostre mani può essere secca, in un giorno ventoso. Le nostre unghie possono essere rosicchiate, se ci capita un momento di particolare nervosismo.

Non per questo siamo meno donne.

Lo dice anche Chimamanda Ngozi Adichie nel suo Cara Ijeawele – Ovvero quindici consigli per crescere una bambina femminista (Einaudi).

Chimamanda è un’autrice nigeriana, originaria di Abba, nello stato federale di Imo.

Ha 41 anni e di mestiere scrive. Cose intelligenti.

I suoi romanzi L’ibisco viola e Metà di un sole giallo, entrambi editi in Italia da Einaudi, hanno vinto premi importanti. Da un brano del suo discorso Dovremmo essere tutti femministi, tenuto durante una conferenza TEDx nel 2013 (che potete vedere e ascoltare, anche sottotitolata, qui), Beyoncé ha campionato Flowless.

Cara Ijeawele è la lettera scritta a un’amica appena diventata mamma di una bambina.

Chimamanda è una femminista e non se ne vergogna. Il suo femminismo è concreto, vicino a tutte le donne, privo di cliché. Proprio per questo mi piace molto.

Ho studiato i movimenti femministi, dagli albori a oggi, e continuo a farlo. È fondamentale conoscere i processi storici e le loro evoluzioni nel tempo e nei luoghi. Sono argomenti di grande attualità anche le questioni che si dibattevano nell’Ottocento.

Oggi, però, spesso si cade nell’isterismo, nell’autocommiserazione, nel dare implicita importanza ai ruoli di genere, anche se a parole li si rifiuta.

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L’ottavo consiglio che Chimamanda scrive alla sua amica è “Insegnale a bandire l’ansia di compiacere. Il suo obiettivo non è rendersi piacevole agli altri, il suo obiettivo è essere pienamente se stessa, una persona onesta e consapevole della pari umanità degli altri”.

E possiamo essere pienamente noi stesse con o senza trucco.

Il make up ci può aiutare, sostenere, valorizzare. Ma non ci deve mai nascondere, come una maschera calata per celare noi stesse agli occhi degli altri.

Nel decimo consiglio Chimamanda scrive “Se le piace truccarsi, lasciaglielo fare. Se le piace la moda, lascia che si metta in tiro. Ma se non le piacciono quelle cose, accettalo. Non pensare che educarla al femminismo significhi indurla a rifiutare la femminilità. Femminismo e femminilità non si escludono a vicenda. È da misogini pensare che sia così”.

Cerchiamo di piacerci per quello che siamo; troviamo il giusto equilibrio per noi stesse.

È difficile, lo sappiamo. Ma possibile.

Anche gli uomini che ci circondano capiranno, così, che siamo sicure di noi stesse.

E che sappiamo di valere.

 

 

 

Nelle giornate di sole, nei sorrisi migliori, nei successi, nelle gioie

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La nostra condanna non ha scadenze
ergastolo di rosa e gelsomino.

Per tutta la vita avremo
lacrime da intrecciare ai sorrisi,
Penelopi tesseremo d’incanto
la meraviglia e la nostalgia
fili di trama impalpabile
tra la città e l’aria tersa del cielo.

La nostra condanna è luce nelle tue scarpe larghe
brilla danzatrice ai miei piedi
nel sole di ciascun sorriso

– quei nostri sorrisi vividi, arrotati
da una poesia di abbinamenti inconsueti,
limpidi al punto che quasi danno noia:
un po’ li ho messi nel congelatore
in attesa del nostro incontro –

lenta a scontarsi come tutta una vita
la nostra condanna va pagata intera,
e pazientemente
a testa alta; sfarfalla tra i calici,
suggerisce sotto ai salici
sugge il nettare dalle ore fiorite,
il midollo della vita.

La nostra condanna è la più dolce del mondo,
è la gioia di vivere:
senza poterne condividere
con te.

(La foto é di Michele Vico: passate a vedere le sue splendide foto su Flickr a questo link: https://www.flickr.com/photos/141938949@N02/)

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